Caso Moro. I possibili attori coinvolti Il possibile coinvolgimento della P2 e dei "servizi deviati"
Qualcuno ha ipotizzato che nell'omicidio di Moro possa essere stata in qualche modo implicata la loggia massonica coperta P2 di Licio Gelli, o anche che le Brigate Rosse possano essere state infiltrate dall'intelligence degli Stati Uniti (CIA) o dall'Organizzazione Gladio, la rete clandestina della NATO destinata a contrastare l'influenza sovietica nei paesi dell'Europa Occidentale. Secondo queste teorie, Mario Moretti sarebbe stato "eterodiretto" durante il sequestro (v. su tutti S.Flamigli, La tela del ragno, Edizioni Caos, 2003, 2a ed.).
Il giornalista Mino Pecorelli, sulla sua rivista Osservatorio politico pubblicò un articolo intitolato "Vergogna, buffoni!", sostenendo che il generale Dalla Chiesa si fosse recato da Andreotti dicendogli di conoscere la prigione di Moro, non ottenendo il via libera per il blitz a causa della contrarietà di una certa "loggia di Cristo in paradiso". L'allusione alla P2, i cui affiliati controllavano i punti chiave dello Stato, fu chiara soltanto in seguito dopo il ritrovamento della lista degli iscritti alla P2, il 17 marzo 1981, quando si scoprirono in questa diversi nominativi di personaggi che ricoprivano ruoli importanti nelle istituzioni durante il sequestro Moro e le successive indagini, alcuni promossi ai loro incarichi da pochi mesi o durante il sequestro stesso: tra questi il generale Giuseppe Santovito, direttore del Sismi, il prefetto Walter Pelosi, direttore del CESIS, il generale Giulio Grassini del SISDE, l'ammiraglio Antonino Geraci, capo del Sios della Marina Militare, Federico Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno, il generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza e il generale Donato Lo Prete, capo di stato maggiore della stessa, il generale dei Carabinieri Giuseppe Siracusano (responsabile per quello che riguardava i posti di blocco effettuati nella capitale durante le indagini sul sequestro, che vennero considerati ben poco efficaci dalla Commissione Moro) .
Stando a quanto riferito dal professor Vincenzo Cappelletti (uno degli esperti chiamati a formare i comitati durante il rapimento) alla commissione stragi, il professor Franco Ferracuti, il cui nome risultò tra gli iscritti della P2 e che fu uno dei sostenitori del fatto che Moro fosse stato colpito dalla sindrome di Stoccolma, aderì alla loggia proprio durante il periodo del rapimento, su proposta del generale Grassini, per lo meno stando a quanto riferitogli dal Ferracuti stesso.
Il 20 marzo 1979 Pecorelli viene ucciso a colpi d'arma da fuoco davanti alla sua abitazione. Nel 1992 il pentito di mafia Tommaso Buscetta rivela che l'uccisione fu eseguita dalla mafia - con la manovalanza romana della banda della Magliana - per "fare un favore ad Andreotti", preoccupato per certe informazioni sul caso Moro: Pecorelli avrebbe ricevuto dal generale Dalla Chiesa (di cui si conosce una domanda di adesione alla P2, ma apparentemente senza seguito) copia degli originali delle lettere di Aldo Moro che contenevano pesanti accuse nei confronti di Giulio Andreotti, e vi avrebbe alluso in alcuni articoli di OP. Della circolazione in quegli anni a Roma di una versione integrale delle lettere di Moro scoperte dai carabinieri nel covo milanese di via Montenevoso (delle quali solo un riassunto fu nell'immediato reso pubblico, il cosiddetto Memoriale Moro, mentre il testo integrale saltò fuori solo nel 1991 durante una ristrutturazione dell'appartamento che aveva ospitato il covo) è prova un episodio verificatosi qualche anno dopo: al congresso di Verona del 1983 Bettino Craxi diede lettura di una lettera di Aldo Moro, pesantemente critica verso i suoi compagni di partito, il cui testo non risultava da nessuno degli atti pubblicati fino a quel momento; la cosa fu considerata una sottile minaccia - nell'ambito della guerra sotterranea tra la DC ed il PSI - e produsse animate critiche che raggiunsero anche l'ambito parlamentare.
Nel processo a suo carico, Andreotti in primo grado ebbe l'assoluzione, mentre la Corte d'Assise d'Appello di Perugia il 17 novembre 2002 lo ha condannato a 24 anni di reclusione. Andreotti ha presentato ricorso in Cassazione, che ha dichiarato annullata senza rinvio la condanna rendendo definitiva l'assoluzione di primo grado.
Il possibile coinvolgimento dell'Autonomia
Di recente è stata avanzata una nuova ipotesi, ovvero che, a condurre il "processo" ad Aldo Moro, nella "Prigione del Popolo" non fossero i brigatisti rossi, bensì, gruppi diversi della galassia dei fiancheggiatori, tra cui - probabilmente - anche qualche dirigente dell'Autonomia Operaia, gli stessi che, una volta terminati gli interrogatori, presero in consegna le bobine con le dichiarazioni dello statista prigioniero. Questo sulla base dell'intercettazione di un colloquio, sul finire dell'anno 1979, in un carcere di massima sicurezza, tra due brigatisti, uno dei quali appartenente alla cosiddetta "Direzione Strategica".
Il possibile coinvolgimento dell'URSS
Alcuni ritengono che le Brigate Rosse siano state efficacemente strumentalizzate da alcuni poteri nascosti (secondo alcuni le loro azioni dimostrerebbero che effettivamente non hanno realmente combattuto per la pretesa causa comunista), ma nessuna prova concreta di questa ipotesi è stata mai trovata.
Altri (articolo di Panorama del 2005) invece affermano che almeno alcune azioni terroristiche delle Brigate Rosse erano state richieste dal KGB, il servizio segreto russo. Tra questi il senatore Paolo Guzzanti, giunto a questa conclusione dopo aver presieduto per 2 anni la Commissione parlamentare d'inchiesta sul dossier Mitrokhin. Nel novembre 1977 Sergej Sokolov, studente presso l'Università La Sapienza di Roma, avvicina Moro per chiedergli di frequentare le sue lezioni. Nelle settimane successive, si fa notare per le domande sempre più indiscrete che fa agli assistenti circa l'auto e la scorta, tanto da suscitare anche qualche sospetto in Moro che raccomandò al suo assistente di rispondere vagamente ad eventuali domande dello studente. Nel 1999, in seguito allo scoppio dello scandalo Mitrokhin, si sospetterà che Sergej Sokolov sia in realtà Sergey Fedorovich Sokolov, ufficiale del Kgb avente come copertura un lavoro come corrispondente della TASS (report Impedian 83), che doveva operare a Roma dal 1981 al 1985, ma era stato richiamato in patria nel 1982. Sergej Sokolov incontra l'ultima volta Moro la mattina del 15 marzo. Da allora nessuno lo incontra più. Nel maggio 1979 i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, due degli ideatori del sequestro, vengono arrestati a Roma nell'appartamento di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, con il rinvenimento nell'abitazione della mitraglietta skorpion usata per assassinare Moro. Nel Dossier (report Impedian 142) si parla di Giorgio Conforto come agente del KGB, nome in codice "Dario", capo rete dei servizi strategici del Patto di Varsavia, ma si dice anche che sia lui che la figlia erano estranei alle attività dei due terroristi e che, proprio in seguito alle indagini di cui sarebbe stato probabilmente oggetto dopo l'arresto dei brigatisti, i servizi sovietici decisero di "congelare" la sua attività di spia.
Francesco Cossiga durante la sua audizione alla Commissione Stragi sostenne che in un primo tempo era anche stato ipotizzato che il rapimento di Moro fosse stato effettuato su comissione dei servizi segreti degli stati del Patto di Varsavia, ma che il comando NATO non riteneva che il politico potesse conoscere informazioni riservate sull'Alleanza Atlantica tali da considerare il suo rapimento un pericolo per la stessa (ma nel suo memoriale Moro parlerà di una struttura stay-behind simile a Gladio, la cui esistenza allora era ancora ufficialmente segreta). Cossiga sostenne che gli Stati Uniti, al contrario di altre nazioni alleati come la Germania, si rifiutarono di fornire all'Italia il supporto diretto delle loro agenzie di spionaggio, proprio per il fatto che il rapimento di Moro, a quanto ritenevano, non costituiva pericolo per gli interessi americani; gli USA si limitarono quindi, su insistenza di Cossiga, a mandare in Italia Steve Pieczenik (a volte riportato come Pieczenick), ufficialmente uno psicologo dell'ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato statunitense, esperto in casi di rapimento, il quale riteneva si dovesse fingere una trattativa per poter proseguire le indagini ed individuare i brigatisti che tenevano prigioniero Moro.
Il possibile coinvolgimento degli USA
L'ex vicepresidente del CSM ed ex vicesegretario della Democrazia Cristiana Giovanni Galloni il 5 luglio 2005, in un'intervista nella trasmissione NEXT di Rainews24 disse che poche settimane prima del rapimento, Moro gli confidò, discutendo della difficoltà di trovare i covi delle BR, di essere a conoscenza del fatto che sia i servizi americani che quelli israeliani avevano degli infiltrati nelle BR, ma che gli italiani non erano tenuti al corrente di queste attività che sarebbero potute essere d'aiuto nell'individuare i covi dei brigatisti. Galloni sostenne anche che vi furono parecchie difficoltà a mettersi in contatto con i servizi statunitensi durante i giorni del rapimento, ma che alcune informazioni potevano tuttavia essere arrivate dagli USA:
« Pecorelli scrisse che il 15 marzo 1978 sarebbe accaduto un fatto molto grave in Italia e si scoprì dopo che Moro doveva essere rapito il giorno prima (...) l'assassinio di Pecorelli potrebbe essere stato determinato dalle cose che il giornalista era in grado di rivelare »
(Intervista a Giovanni Galloni nella trasmissione Next)
Lo stesso Galloni aveva già effettuato dichiarazioni simili durante un'audizione alla Commissione Stragi il 22 luglio 1998, in cui affermò anche che durante un suo viaggio negli USA del 1976 gli era stato fatto presente che, per motivi strategici (il timore di perdere le basi militari su suolo italiano, che erano la prima linea di difesa in caso di invasione dell'Europa da parte sovietica) gli Stati Uniti erano contrari ad un governo aperto ai comunisti come quello a cui puntava Moro:
« Quindi, l'entrata dei comunisti in Italia nel Governo o nella maggioranza era una questione strategica, di vita o di morte, "life or death" come dissero, per gli Stati Uniti d'America, perché se fossero arrivati i comunisti al Governo in Italia sicuramente loro sarebbero stati cacciati da quelle basi e questo non lo potevano permettere a nessun costo. Qui si verificavano le divisioni tra colombe e falchi. I falchi affermavano in modo minaccioso che questo non lo avrebbero mai permesso, costi quel che costi, per cui vedevo dietro questa affermazione colpi di Stato, insurrezioni e cose del genere. »
(Dichiarazioni di Giovanni Galloni, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 39' seduta, 22 luglio 1998)
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