Caso Orlandi, c' è un nuovo sospettato oltre a De Pedis
Non c' è solo Renatino De Pedis al centro dell' inchiesta sul rapimento di Emanuela Orlandi. Dopo venticinque anni, nelle indagini finisce un vecchio identikit e un nuovo sospettato del sequestro della quindicenne figlia del commesso della prefettura del Vaticano sparita il 22 giugno dell' 83. Anche lui faceva parte della banda della Magliana ed è uno superstiti della guerra di mala che insanguinò le strade della capitale negli anni Ottanta. Nelle scorse settimane, quando ancora non erano trapelate le accuse lanciate da Sabrina Minardi contro De Pedis e i "suoi", la sua abitazione fuori Roma è stata perquisita dalla squadra mobile. Sulla nuova pista seguita dagli investigatori c' è il massimo riserbo. La procura nega e parla di «indagini a tutto campo». Il nuovo sospettato è stato indicato dalla superteste Minardi, l' ex amante di Renatino, nel corso degli interrogatori fiume. Le attenzioni degli investigatori si sono concentrale sul suo volto molto somigliante a uno dei tre identikit che vennero tracciati quarantotto ore dopo la sparizione di Emanuela Orlandi. Per prima cosa, i detective hanno accertato che l' uomo, oggi cinquantenne, non era in carcere all' epoca del sequestro. L' ex componente della banda, il cui ruolo è rimasto sempre in ombra nelle inchieste sui malaffari dell' organizzazione criminale, allora aveva vent' anni come il misterioso giovane ritratto venticinque anni fa dai carabinieri del nucleo operativo. «Tra i 23 e i 27 anni alto circa un metro e 75, corporatura normale, capelli neri, occhi scuri naso e bocca regolare - annotavano i carabinieri - Colorito olivastro da poter sembrare sudamericano o arabo». Il disegno era stato tracciato in base alle descrizioni fornite da un' amica di scuola della Orlandi che lo aveva notato aggirarsi assieme a un altro giovane tra piazza Navona e Sant' Apollinare. I due avrebbero anche cercato in più occasioni di abbordare Emanuela nei pressi della scuola di musica frequentata dalla ragazza. Ma non solo. Gli identikit dei due presunti rapitori di Emanuela vennero riconosciuti anche dai genitori di Mirella Gregori anche lei quindicenne scomparsa un mese prima della Orlandi. Già nell' ottobre dell' 83 alcuni personaggi legati alla Magliana vennero convocati in caserma. Ma le indagini sulla malavita romana e un presunto giro di prostituzione vennero bloccate per privilegiare invece la tesi del ricatto internazionale legata ai Lupi Grigi per ottenere la scarcerazione dell' attentatore turco del papa, Alì Agca. Per i funzionari della squadra mobile di allora, alla quale era affidata l' inchiesta, la malavita romana non avrebbe mai agito con un «apparato scenografico» a base di telefonate anonime, messaggi, registrazioni e richieste di scambio di persona. E anche Natalina Orlandi ha parlato degli identikit che gli vennero mostrati subito dopo la scomparsa di Emanuela. Nei giorni scorsi in una intervista a Repubblica ha ricordato che il primo a collegare il rapimento della sorella alla banda della Magliana fu un poliziotto al quale parve di riconoscere De Pedis. «Ma quella pista non fu seguita - ha spiegato - Se ci fosse stata la volontà sono certa che Emanuela sarebbe stata rintracciata...». Dopo venticinque anni, al centro delle nuove indagini della squadra mobile finiscono proprio i vecchi identikit e le telefonate di "Mario" e "Pierluigi" ritenute credibili perché permisero di trovare tracce della Orlandi. Nel 2006, il pentito Antonio Mancini aveva indicato il soprannome del presunto telefonista indicandolo come «la voce della Magliana». Gli inquirenti dopo aver identificato l' uomo hanno però escluso che fosse lui a parlare al telefono da una trattoria di Trastevere. Ora le registrazioni verranno sottoposte a una ulteriore perizia fonica e comparate con la voce del nuovo sospettato: l' uomo dell' identikit. -
MARINO BISSO
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