Essere primi e’ molto “bellissimo”! Domenica 11 aprile 2010, ore 16:48, minuto più minuto meno, triplice fischio finale allo stadio Olimpico di Roma: il tempo si ferma, la terra interrompe il suo moto di rotazione, il tabellone segna la nuova classifica del campionato: Inter 67, Roma 68. Sopra non c’è nessuno. Qualcosa è cambiato. Si sente, lo può avvertire chiunque. Il tempo di calcio poli è finito. Almeno così sembra. Altrimenti non si spiegherebbe come abbia fatto una squadra della risma della Roma a rimontare la capolista indiscussa della serie A da ormai 3 anni. Soprattutto se consideriamo la nostra situazione di partenza. Qualcosa è cambiato. Ranieri non ha reso la Roma spietata: la squadra è troppo spesso ancora troppo sofferente, ma ha acquisito certamente lucidità: è in grado, insomma, di crearsi un vantaggio, di marcare una linea e di impedire a chiunque di superarla, quando non di raggiungerla.
Nemmeno 10’ e la porta bergamasca è violata: la sfera di gioco scivola tra le mani di Consigli come una saponetta e valica la linea; gol: opera magistrale di Mirko Vucinic. 22’, Cassetti, molto vicino all’area, subisce un fallo non assegnato. Capisce, si rialza, gioca di testa un magnifico pallone servito da Capitan Totti, incorna alle spalle di Consigli. 2-0. Dal 7’ del 2° tempo però l’Olimpico ha paura. Riise infatti tenta di ostacolare in scivolata un troppo avanzato Padoin: il risultato è che serve involontariamente l’atalantino Tiribocchi, che scaglia in porta. 2-1.
Il resto della gara è un unico grande fremito, tra Totti e Toni che si servono vicendevolmente senza mai concludere nulla, il terrore Valdes che imperversa sulla fascia, Mexes che riesce ad allontanare più di un rischio e Cassetti che sembra la reincarnazione di Cafu e Candela insieme. 2-1 è il risultato finale. Mercoledì ci sarà il ritorno in Coppa Italia con l’Udinese e domenica il derby della Capitale. Il lupo ha finalmente “azzannato la preda”. Ma adesso, se la vuole davvero, non deve proprio più aprire le fauci. Solo stringere le zanne e scavare fino all’osso.
di Michele G. Picozzi
16 / 04 / 2010
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