Il Clan Casamonica ha in pugno il comune di Roma?
Pubblichiamo un lungo e interessante articolo di Gabriella Carlizzi sul rapporto fra la famiglia Casamonica e i centri di potere legati al territorio del Comune di Roma. Potete trovare le fonti su: http://www.lagiustainformazione2.it.
Come noterete, tutto sembra ruotare intorno al potente Clan della malavita romana: dalle elezioni Comunali, alla gestione degli eventi e dei locali di determinate zone, alle pressioni su Vaticano, Parlamento, Vigili Urbani, alla triste fine del Pelè del Quadraro.
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Quel pomeriggio stavo rileggendo la citazione inviatami dal Tribunale di Roma che mi convocava per il 10 dicembre.
C’era scritto “Aula 6^ GIP - Primo Piano”, motivazione : “ Diffamazione a mezzo stampa”.
Oltre me, era stato convocato A. G., all’epoca dei fatti direttore del M. di Roma e da poco nominato direttore dell’A.
Il Sostituto Procuratore della Repubblica L. P., chiedeva il mio rinvio a giudizio e quello del direttore A., per aver leso la reputazione di C. G. a mezzo stampa, riferendosi ad un articolo pubblicato due giorni dopo la sentenza di primo grado contro il C..
Il titolo dell’articolo in argomento : “MINACCE DI MORTE, C. TORNA IN CARCERE”.
Il Giudice della Procura di Roma designato a decidere se rinviare a Giudizio o Archiviare la vicenda, era stato nominato il Dr. R. V., lo stesso Giudice che in data 17 novembre 1994, aveva deciso di rinviare a giudizio C. G., su richiesta del P.M. I. D..
Era la quinta volta che rileggevo la citazione; stentavo a credere che la giustizia si fosse ridotta a una povera parola quasi illeggibile.
Mi sono sentita tradita, il silenzio assoluto intorno a me, simile a quello dei morti, venne improvvisamente interrotto dal ritocco delle campane provenienti dalla Chiesa di S.Egidio, che dista solo pochi metri dalle finestre del mio appartamento ubicato al Centro Storico di Roma.
Per un attimo quel rintocco mi ha distolto dai miei pensieri, quindi ho realizzato che era domenica.
Nonostante fosse un giorno di festa, avevo l’impressione di trovarmi nella desolazione lasciata da un uragano che con la sua furia spazza via quello che trova.
Quell’entusiasmo di vivere che da sempre è stato la mia grande forza, sembrava un ricordo perdutosi chissà dove, mi accorgevo di essere diventata taciturna e solitaria.
Da quando avevo contribuito, in maniera determinante all’arresto di C. G., anche gli amici più intimi mi avevano abbandonata; sembrava che fossi stata condannata a scontare una sorta di punizione per aver osato toccare una famiglia di intoccabili, una banda di malavitosi, dei quali la Procura della Repubblica di Roma da più di vent’anni conosce vita, morte e miracoli, un clan senza segreti per i Magistrati romani che apparentemente non hanno il fegato di dire basta, perché si tratta di una famiglia protetta dal Sistema politico, dallo Stato, dalla Polizia di Stato.
Ho posato il foglio sulla scrivania e mi sento assalita da un senso di inquietudine che mi attanaglia lo stomaco, ho fatto qualche passo e la mia immagine riflessa in uno specchio era la sola presenza visibile che mi era rimasta, oltre ovviamente a quella degli Agenti di Polizia addetti alla mia sicurezza.
Ecco perché la richiesta del P.M. Dr. L. P., mi riempiva di odio e di rabbia.
Come si poteva prendere in considerazione la denuncia di un criminale che insieme a tutti i suoi parenti ha quasi divorato questa città, grazie alle complicità e alle protezioni di cui gode !
Mi vennero in mente quelle centinaia, ma che dico, migliaia di poveri disgraziati che aspettano in carcere da mesi forse da anni, un’udienza preliminare che decide il futuro della loro vita, qualunque esso sia; era come rivedere quel vecchio quadro, di cui non ricordo l’autore, raffigurante l’esodo degli israeliani, una lunga, interminabile colonna di gente stanca e rassegnata.
Pensavo a quella scritta a caratteri cubitali collocata in ogni aula di Tribunale che recita : “LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI”, che vergognosa, spudorata menzogna !!
Dopo questa riflessione, ho preso la mia decisione: Avrei resi pubblici tutti quei crimini che il Clan C. ha commesso per oltre vent’anni, Avrei reso pubblica quella feroce estorsione della quale ero stata vittima, Avrei parlato della vendetta annunciatami dal Clan a da alcuni appartenenti al sodalizio denominato BANDA DELLA MAGLIANA, una vendetta pronta a colpirmi in ogni momento. Avrei fatto conoscere a tutti le aggressioni subite dopo l’arresto di C. G. e dopo alla sentenza di primo grado emessa dalla Quinta Sezione del Tribunale di Roma, che lo riguardava, nell’assoluta indifferenza della Polizia di Stato,informata dello stato delle cose, Inoltre, dei continui pestaggi, delle corse in ospedale, di quella paura che da allora mi è compagna di vita, di questa violenza dove le ragioni del perché sono inesistenti, dove si riesce soltanto a riconoscere la forza di questa organizzazione di criminali che hanno fatto a pezzi la mia vita, giocando sulla sorpresa iniziale tesa a ridurmi in una situazione di limite per precludermi ogni via d’uscita.
Questa, appare una storia arcaica se non fosse per il fatto che è realmente accaduta e quello che è più penoso che è accaduta in una città come Roma.
In più occasioni ho tentato di capire da quanto tempo il racket del Clan C., ha tentato di stritolarmi, come sia possibile, là dove esiste il principio che definisce sacra la vita di ogni essere umano, che questi criminali operino invece con la complicità dello Stato, tra la più totale indifferenza di quella Legge che dovrebbe agire nel nome del diritto e della giustizia.
Il Clan C., come detto, è legato da molti anni alla nota Banda della Magliana (Organizzazione Criminale tristemente famosa e temuta, alla quale sono legate forze politiche, mafia, magistrati e poliziotti corrotti) talpe e doppiogiochisti che hanno svolto e svolgono un ruolo fondamentale nel grande gioco della corruzione, del delitto, del ricatto, infiltrati corrotti e corruttori, personaggi eccellenti e insospettabili, tutti mossi da quel grande burattinaio che è il DENARO.
Al Campidoglio
I miei rapporti con l’Amministrazione del Sindaco R. F., furono fin dall’inizio una vera e propria guerra.
Infatti dal dicembre 1993, cominciai un vero e proprio braccio di ferro con l’Assessore B.
G., un braccio di ferro che durò fino all’aprile del 1994, solo dopo aver minacciato di denunciare alla Magistratura tutti i soprusi di cui ero vittima, mi fu concessa l’autorizzazione per realizzare un villaggio estivo al PARCO DEGLI ACQUEDOTTI, nel popoloso quartiere Tuscolano.
V. M., oggi capo della segreteria di R., all’epoca segretario particolare di B., mi convocò un pomeriggio all’Assessorato per darmi la notizia, era il 2 maggio 1994.
Nell’occasione, mi faceva presente che conosceva il mio passato di amicizie appartenute alla c.d. “vecchia Repubblica” e che tale mia appartenenza non era certo una nota di merito, e che potevo sicuramente escludere di poter realizzare un evento importante al Centro di Roma, sottolineando inoltre che la concessione data al Tuscolano doveva essere considerata un grande atto di buona volontà da parte del Capidoglio.
Dopo aver ascoltato le sue parole, pronunciate all’interno di quell’Assessorato oramai nelle mani di una combriccola di incapaci, mi passarono davanti gli occhi tredici anni di concessioni ottenute da tutti quegli Assessori che si erano avvicendati in quegli uffici, a qualunque partito fossero appartenuti, tredici anni di delibere rilasciate senza alcun problema dai Sindaci V., A., S., G., C., tredici anni di successi riconosciutimi da Capi di Stato quali P., C., S., da Capi di Governo come A., C., G., A., C., D., inoltre dal Ministero degli Esteri, dei Beni Culturali, da Presidenti del Senato e dalle Camere.
Ascoltando le parole di V. M., mi sembrava di vivere una fase della storia che non era la mia, di far parte di una città che non mi apparteneva più, rimasi un attimo sconcertata, indecisa se accettare o mandarlo al diavolo in compagnia del suo Assessore.
Fu soltanto un attimo però, perché decisi di accettare, ero quasi certa che la loro speranza fosse quella che io rifiutassi e quella soddisfazione non intendevo concederla.
Il quartiere Tuscolano e l’Acquedotto Felice
Il quartiere Tuscolano ospita più di seicentomila abitanti, i suoi palazzi, paragonabili a centinaia di alveari umani, emergono tra i resti di quello che è considerato l’ultimo acquedotto realizzato dagli Imperatori di Roma: l’Acquedotto Alessandrino, costruito da Alessandro SEVERO nel 226 d.c. per alimentare le Terme di NERONE nel Campo Marzio.
A testimonianza di ciò vi è uno scritto lasciato dallo storico dello stesso Imperatore “COSTITUIT THERMAS NOMINIS SUI IUXTA EAS QUAE NERONIANAE FUERUNT AQUA INDUCTA QUAE ALEXANDRINA NUNC DICITUR”.
Nel 1585 poi, il Pontefice SISTO V^ (FERRETTI Felice), né ordinò la ricostruzione che fu completata nel 1587 e celebrata il 15 giugno di quell’anno, con una grande cerimonia alla presenza dello stesso Papa che volle chiamare il ricostruito acquedotto con il suo nome “FELICE”.
Realizzato nella sua quasi totalità sopra terra per una lunghezza di oltre 22 Km, ancora oggi lo si può seguire attraverso Via Predestina, Via Tuscolana, Via Tor Carbone, Via Tor Bella Monaca, Via Tor Tre Teste fino a Via Porta Maggiore, dove se ne perdono le tracce fino a Campo Marzio.
Del quartiere Tuscolano, non conosco assolutamente nulla, tranne forse gli stabilimenti Cinematografici di CINECITTA’ dove negli anni della mia giovinezza avevo spesso lavorato in qualità di aiuto regista prima e direttore di produzione poi, il Centro Sperimentale di Cinematografia e l’Istituto Luce, oggi sede della X° Circoscrizione del Comune di Roma.
Dopo qualche giorno dalla concessione, mi sono recata a vedere lo spazio che mi era stato assegnato come gesto di “buona volontà.”
Vedendolo non credevo ai miei occhi, sono rimasta immediatamente affascinata da quello che vedevo e la prima cosa che mi passò per la mente è stata che nella sua totale ignoranza, in fatto di storia antica , il nuovo rappresentante dell’Assessorato alla Cultura, inconsapevolmente mi aveva concesso un pezzo della storia di Roma.
Per molti anni, avevo avuto il privilegio di realizzare i miei spettacoli tra i monumenti più belli e suggestivi della Capitale come Trinità dei Monti, Fontana di Trevi, Piazza del Campidoglio, Piazza Navona, il Foro Romano, il Giardino del Lago di Villa Borghese, la Sala dello Stenditoio del complesso Monumentale di San Michele, mai però ero stata così vicino alle origini della città eterna.
Avvertivo una sensazione nuova, avvincente e seguendo il percorso dell’Acquedotto tra i resti corrosi della Villa delle Vignacce, avevo l’impressione di tornare indietro nel tempo; percorrendo quei sentieri nascosti tra i ruderi, provavo la sensazione di passeggiare attraverso la storia e quasi avvertivo l’eco di antiche voci lontane o le delicate presenze di altri tempi.
L’incanto iniziava da Via Lemonia, una traversa di Via del Quadraro, strada questa assai meno incantevole e tristemente nota perché considerata il quartier generale della “famiglia C.”.
A sinistra di Via Lemonia una lunga fila di palazzine, a destra invece, superata la verde fasci dei prati, gli antichi ruderi davano il benvenuto a chi si soffermava ad ammirarli, andando lungo quella immensa distesa di archi, potevo vedere in lontananza un cielo che sapeva di infinito, mentre dalle imponenti mura, gli abitanti dell’antica Roma, sembrava che mi venissero incontro.
Più lontano, quasi al congiungimento con la Via Appia, dove la perennità del tempo aveva lasciato la sua impronta ben precisa, grossi frammenti di muraglia di tufo risaltavano sul tramonto, mescolati tra pensieri, gioie e dolori di una vecchiezza estrema destinata a sopravvivere oltre la fine.
Una sera ne parlai con il mio compagno, un uomo che io considero speciale, uno di quegli uomini che danno sicurezza, incapaci di deludere.
C’eravamo conosciuti tanti anni fa a Sperlonga, a quell’epoca ero una giovane aiuto regista piena di speranza, la produzione per la quale lavoravo, aveva deciso di darci qualche giorno di vacanza per il ferragosto e io ne avevo approfittato per accettare l’invito di una coppia di amici che proprio a Sperlonga avevano una splendida casa; fu lì che l’ho conosciuto.
Mi piaceva quell’uomo così gentile, spiritoso, intelligente, mi piaceva il suo modo di ridere, il suo sguardo; aveva cominciato a corteggiarmi quasi subito e quasi subito mi disse che era sposato, e io che portavo ancora i segni di una precedente esperienza, preferii non farmi coinvolgere.
Avendo compreso il mio rifiuto non insistette, ma dal rispetto dimostrato è nata una solida e profonda amicizia basata sul rispetto e la fiducia reciproca.
Franco non smetteva mai di ripetermi che la fiducia è tutto, ci insegna a vivere, diceva , a stabilire un contatto.
Negli anni a seguire non mi aveva mai delusa e ogni volta che avevo bisogno di lui, lo trovavo sempre, saldo come una roccia e mi convincevo sempre più che è assai raro trovare un buon amico che un buon amante.
Il mio lavoro spesso mi portava in giro per il mondo e fatalmente finimmo per incontrarci sempre più raramente, però c’è sempre stata una fitta corrispondenza che ha sempre mantenuto vivo il nostro rapporto tanto speciale, eravamo legati l’uno all’altro come da un cordone ombelicale.
Poi con il tempo, ogn’uno prese la propria strada, giusta o sbagliata che fosse e anche le nostre lunghe lettere cessarono di esistere, in cuor mio sapevo però che in qualunque momento avessi avuto bisogno di lui, lo avrei trovato.
Cinque anni fa inaspettatamente ci incontrammo di nuovo, era il 1993, ero stata invitata a una cena e me lo sono trovata davanti, anche lui invitato.
Eravamo cresciuti, i nostri figli erano diventati adulti e noi ci accorgemmo di avere una grande voglia di recuperare il tempo perduto; gli anni non lo avevano cambiato, era rimasto l’uomo schietto e onesto che mi aveva insegnato a essere coraggiosa sempre e in qualsiasi circostanza, che mi aveva aiutato ad affrontare problemi e avversità, a vivere la vita apprezzandola nel bene e nel male, a riconoscere l’eleganza, la disciplina, la dignità.
Quella sera mentre in macchina ci dirigemmo a Porto Ercole gli parlai di quel nuovo progetto da realizzare all’Acquedotto Felice; mi aspettavo che reagisse con entusiasmo, lo faceva sempre quando gli parlavo del mio lavoro, quella sera invece, mi pareva turbato, forse era solo una mia sensazione, forse il suo sguardo, un movimento della mano, non mi ricordo, ricordo però le sue parole “…cosa c’entri tu con quel quartiere ?…E’ una zona mal frequentata, le tue non sono iniziative per quel genere di pubblico e poi che bisogno hai di lavorare ?… Prendiamoci invece una bella vacanza, possiamo partire quando vuoi”.
Eravamo arrivati a Cala Galera, Franco aveva una sofisticatissima barca, bella, elegante, veloce, un piccolo mondo galleggiante dove ci rifugiavamo spesso per andarcene al mare, isolati dal resto del mondo.
Nel corso della mia vita mi sono trovata spesso circondata dal lusso, quella barca però era qualcosa di unico.
Saliti a bordo, prendiamo il largo, durante la cena tornai sull’argomento e gli chiesi “Perché dovrei rinunciare a questo progetto ? Quell’Acquedotto è un posto magico, dammi retta, sarà un’estate speciale …” Lui rimase a lungo in silenzio poi mi disse “ …promettimi una cosa, qualunque cosa accada, non mi dovrai nascondere niente ..” … che cosa dovrebbe accadere ?” Gli chiesi “ di cosa ti preoccupi ?” “ Di niente” rispose “ …ma ricordati che la luna ha mille facce e tutte nascoste, oltre al fascino di quell’Acquedotto, potresti scoprire qualcosa che potrebbe non piacerti, perciò prometti !” Lo guardai senza capire “ Prometti !” disse ancora lui e io promisi.
Passarono altri giorni, tutti impegnativi, tra riunioni alla Sovrintendenza di Stato, quella Archeologica, l’Ufficio per la Tutela dell’Ambiente, l’Assessorato alla Cultura, la X° Circoscrizione del Comune e i sopralluoghi al Parco degli Acquedotti, finalmente arrivò la fine di maggio e l’estate si stava avvicinando.
Tutto sembrava procedere come sempre nel migliore dei modi, tecnici e maestranze misuravano il lungo e in largo il percorso del Parco all’interno di Via Lemonia, mentre architetti e scenografi sviluppavano quello che sarebbe diventato il progetto esecutivo della mia estate romana, un viaggio culturale e un punto d’incontro con quel quartiere tutto da scoprire, all’insegna della storia e dello spettacolo nell’affascinante cornice dell’Acquedotto Felice.
Certo ero consapevole che essendo la mia una iniziativa fuori dal cartello, non avrebbe goduto di quei privilegi spettanti invece a chi aveva partecipato alla gara d’appalto indetta dal Comune, del resto a quella gara erano ammessi soltanto ammessi coloro che erano iscritti al PDS e io certo non facevo parte di quella che i nuovi arrivati chiamavano “la vecchia Repubblica”, dimenticando che soltanto grazie a quella “vecchia” erano arrivati ad occupare determinate poltrone.
La mia iniziativa, l’avevo denominata “DIETRO LE MURA”, per i suoi contenuti avevo ancora una volta ottenuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e il Patrocinio del nuovo Presidente del Consiglio B. S.; una sola cosa mi preoccupava, il pubblico di quel quartiere, un pubblico che sapevo dai commercianti della zona, essere ostico, difficile, diffidante, privo di comunicabilità e contrario a ogni iniziativa che potesse arrivare dall’esterno.
Non sapevo quindi come avrebbe reagito di fronte a una manifestazione di così vaste proporzioni, davanti a quel Parco, che per tre mesi in una totalità di ventimila metri quadrati, sarebbe diventato un vero e proprio villaggio estivo con spettacoli, mostre, giochi, rappresentazioni canore, piano bar, ristorante, teatro e una discoteca di oltre mille metri quadrati.
Ma sentivo che dovevo rischiare, dovevo dimostrare ai “nuovi venuti” che per tredici anni il mio non era stato un monopolio assolutamente politico, ma un riconoscimento da parte delle Autorità alle mie capacità organizzativa; per me si trattava di una scommessa con me stessa, una specie di risalita contro corrente.
Finalmente tra bozzetti, planimetrie, plastici, prove fotografiche, ricerche storiche, lancio pubblicitario, scelta dell’arredamento e preparazione della conferenza stampa, è arrivata la fine di giugno.
Il quattro luglio, durante una conferenza stampa a Palazzo Viscardi, avrei annunciato l’apertura del mio villaggio per la sera del sei, pensavo l’inizio di un’estate romana speciale, che da lì a poco si rivelava una violenta, drammatica esperienza che ha stravolto la mia vita; io però questo ancora non lo sapevo.
Erano le sette di mattino del 30 giugno 1994 quando a Via Lemonia arrivarono sei TIR che trasportavano i materiali destinati alla costruzione del mio villaggio, il grande momento finalmente era arrivato, ma chi sa per quale ragione quella giornata non la sentivo particolarmente tranquilla.
Mentre gli operai scaricavano i camion, una decina di Vigili Urbani, arrivati da ogni parte ed in compagnia di numerosi zingari, si fermarono poco lontano e osservavano quello che stava accadendo, guardandoli ebbi la netta sensazione che qualche cosa non andasse come previsto, pertanto ho preso la delibera concessami e la rilessi per vedere se ci fosse qualche irregolarità, però tutto era a posto, allora mi tranquillizzai.
Dopo tanti anni di quel lavoro però, l’esperienza mi diceva che quello non era un normale controllo di Ordine Pubblico, il dubbio era accentuato dal fatto che normalmente tali controlli non vengono eseguiti con la presenza di numerosi zingari, che apparivano in ottimi rapporti con i Vigili Urbani; dopo ore i Vigili ed i zingari erano sempre sul posto, fermi, in silenzio, ogni tanto ne arrivavano altri per darsi il cambio.
Finalmente tutti i materiali furono scaricati nell’ampio spazio adibito a cantiere ed i TIR ripartirono, guardai l’ora erano le quattro del pomeriggio; in quel momento uno dei Vigili si staccò dal gruppo e venne verso di me accompagnato da due zingari, da come si avvicinava, compresi che una catastrofe stava per abbattersi su di me.
Uno dei due zingari gli brontolò qualcosa all’orecchio, mentre io avvertivo una minaccia, uno strano senso di isolamento, “ Chi non chiede non sa” pensavo e facendomi forza chiesi al Vigile cosa volesse, la risposta che ricevetti sembrava uno scherzo di cattivo gusto, infatti lo stesso mi ordinava di spostare tutto il materiale scaricato di almeno cinquanta metri all’interno.
Mi rifiutavo di credere che facesse sul serio, ho pensato che forse il Vigile aveva perduto il senso delle proporzioni, decisi di controllare le planimetrie, ma in quel momento non l’avevo a seguito in quanto le conservavo all’interno della mia auto lasciata in sosta poco distante, nell’andare a prenderle, ho visto un’enorme folla di zingari che aveva circondato tutta la strada e con loro vi erano anche molti Vigili Urbani.
Pensai che quella decisamente non era una buona giornata, visto il clima che si stava creando, decisi di sdrammatizzare e tentavo di allentare la tensione che si era creata tra gli operai
“ Non vi preoccupate, si tratta solo di curiosi e poi anche noi siamo in tanti” dissi a loro con il mio solito ottimismo, ma dalle loro facce capii che non erano affatto convinti di quello che avevo detto, dalla macchina presi le planimetrie approvate dalla Sovrintendenza di Stato e da quella Archeologica e le mostrai al Vigile.
Ci volle poco per capire che non ne aveva mai vista una, ci guardammo, poi lui mi disse “Deve spostare tutti i materiali altrimenti sarò costretto ad apporre i sigilli a tutto il cantiere”, allora ho replicato “ Non poteva dirmelo prima ?” Guardandomi mi rispose “ Questa mattina non ne avevo voglia, glielo dico adesso”; mi guardai intorno ed i Vigili ed i zingari ci avevano letteralmente accerchiati, una cosa però mi ha colpito, ho notato che tutti i Vigili presenti erano sprovvisti del numero di matricola identificativo ed in quel momento capii che non avrei avuto vita facile nei giorni a venire.
Con il capo cantiere riuscimmo a trovare altri operai per poter spostare tutto il materiale scaricato, il sole stava tramontando e calcolai che avremmo dovuto lavorare tutta la notte.
I giorni che seguirono non furono migliori del primo, appena il villaggio cominciava a prendere forma, arrivavano nuove difficoltà, non appena riuscivamo a vedere i risultati delle nostre fatiche, arrivavano sei o sette Vigili, sempre privi di numeri identificativi, a ordinarci di smontare.
Il Vice Presidente della X° Circoscrizione A. G., al quale mi sono più volte rivolta per conoscere i motivi di tale comportamento, mi rispondeva che pur essendo vero che io ero munita di tutte le autorizzazioni necessarie per la costruzione del villaggio, però a parer suo, non avevo alcun diritto di occupare quell’area negata più volte ad altri imprenditori; velatamente mi faceva capire che un accordo si poteva trovare, ma questo sarebbe dipeso soltanto da me.
Proprio in quei giorni mi era stato quantificato il costo per l’Occupazione del Suolo Pubblico che la Circoscrizione aveva contemplato nella somma di lire tremilioniottocentocinquantacinquemila (3.855.000), cifra che accettai di pagare per le tasse comunali.
Capii solo più tardi cosa intendesse dire A. con quel dover trovare un accordo, infatti mi convocò nel suo ufficio per dirmi che se volevo aprire il villaggio dovevo consegnargli diciotto milioni (18.000.000) tutti in contanti e subito.
Molto tempo più tardi, alla vigilia dell’arresto di C. G., seppi proprio da questo, che A. G. è nel “libro paga” del Clan C. da molti anni, io avevo settanta uomini alle dipendenze tra tecnici e operai impiegati nella costruzione del villaggio, settanta uomini che alla fine della giornata dovevano essere pagati, è facile capire quindi che il danno economico che ne derivava ogni volta che intervenivano i Vigili in cantiere a bloccare i lavori fosse enorme.
Il pomeriggio del 4 luglio, durante una conferenza stampa a Palazzo Viscardi, annunciai ai giornalisti presenti che la sera del 6 avrei inaugurato il mio villaggio “DIETRO LE MURA”, erano stati già spediti mille inviti a sponsor, stampa, vip, politici, rappresentanti della Cultura, dell’Arte e dello Spettacolo era prevista e ordinata inoltre una cena per mille invitati, lavorando anche di notte, eravamo riusciti, tra indicibili difficoltà ad allestire due terzi del villaggio che via via prendeva forma confondendosi in un unico corpo con quei ruderi così antichi, vecchi come il tempo e altrettanto misteriosi.
Il cinque luglio, alle quattro del pomeriggio, senza alcun preavviso arrivarono otto Vigili accompagnati sempre da alcuni zingari e senza tanti complimenti apposero i sigilli a tutto il villaggio; per poco non mi veniva un colpo.
Sono salita in macchina diretta in Campidoglio, all’ingresso di Palazzo Sisto IV, cercarono di bloccarmi ma grazie all’intervento di un usciere che mi conosceva da molti anni, riuscii a passare, arrivata al primo piano, con il fiato in gola e tanta rabbia in corpo, che non chiesi ulteriori permessi ed entrai negli uffici del Gabinetto del Sindaco e urlai al funzionario, che sicuramente non si aspettava il mio arrivo, che se non avesse chiamato immediatamente la X° Circoscrizione per la rimozione dei sigilli, avrei denunciato il Sindaco e tutta l’Amministrazione Capitolina per abuso d’ufficio.
La telefonata fu subito fatta, probabilmente per il timore per timore del peggio, ma la persona che poteva autorizzare i Vigili alla rimozione dei sigilli era assente ed era irreperibile per almeno due giorni; la persona in argomento era A. G..
Tornata al villaggio e considerando quanto stava accadendo, iniziai ad avere una paura che mi cresceva nella testa, e nella mia era cresciuta parecchio, cosa avrei raccontato a quei mille invitati che la sera successiva sarebbero arrivati al villaggio ? Cosa avrei detto ai miei sponsor ? E con la stampa come mi sarei giustificata ? Cosa ne avrei fatto di quella cena per mille persone ? La paura aumentava e per quanto mi sforzassi di dominarla, ero addirittura terrorizzata.
E arrivò la sera del sei di luglio, erano le nove; se dovessi vivere ancora mille anni, non dimenticherò mai quella scena: centinaia di ospiti bloccati agli ingressi del villaggio, gli sponsor con tutti i loro invitati infuriati, autorità politiche che tornavano indietro, la cena per mille persone bloccata nei furgoni del catering, grida di protesta e poi, improvvisamente il vuoto assoluto, sembrava di leggere il titolo di un film tipo Scena di una Morte Annunciata, non ricordo quanto tempo rimasi al buio dopo che tutti se ne furono andati.
Ricordo però che a un tratto la verità cominciò a farsi largo nella mia mente e allora, alla vergogna, all’umiliazione, allo sgomento, si sostituì una rabbia sorda, pensavo che qualcuno aveva deciso di coinvolgermi in una storia feroce, senza lasciare intendere dove volesse arrivare, chiamai a raccolta tutte le mie forse e dimenticando ogni prudenza, tolsi tutti i sigilli e ordinai agli operai di riprendere immediatamente i lavori.
Se qualcuno aveva deciso di fermarmi, prima o poi sarebbe uscito allo scoperto e io sarei stata lì ad aspettarlo !
La mattina del sette luglio, andai alla X° Circoscrizione, decisa a scrivere la parola fine una volta per tutte su tutti e continui soprusi, quindi ho chiesto di parlare con A., ma era introvabile o si è fatto negare, comunque ho comunicato al suo ufficio che io stessa avevo provveduto a rimuovere i sigilli apposti e se eventualmente avesse voluto comunicarmi qualcosa sapeva dove trovarmi, con l’occasione comunicai anche la nuova data di inaugurazione del villaggio che era stata fissata per il dieci luglio.
Furono spediti altri mille inviti e un comunicato stampa inviato a tutte le agenzie, annunciò la nuova apertura, il capo cantiere mi avvertì che se volevo rispettare la data del dieci, avrei dovuto assumere altri operai altrimenti non si riusciva a terminare.
Di seguito ai ritardi subiti, ero ormai fuori preventivo di svariate decine di milioni e il dover assumere altro personale, mi spaventava.
Riflettevo sul fatto se informare il mio compagno, oppure decidere da sola, alla fine optai per la seconda soluzione.
Per due giorni i Vigili Urbani ed i loro amici zingari rimasero lontani dal villaggio e questo mi fece sperare che i problemi fossero terminati, sentivo che potevo farcela, ma soprattutto mi ripetevo che potevo farcela.
La sera dell’otto luglio cenai con Franco, lo informai della mia convinzione che quella iniziale sconfitta, si sarebbe rivelata una grande vittoria, ma lui non appariva contento; da quando era nata l’idea di quel villaggio, aveva perso tutto l’entusiasmo che lo accompagnava ogni volta che ci incontravamo e quella stessa sera mi disse chiaramente come la pensava “Ricordati che davanti a te hai un nemico potente, non c’è la farai contro di lui”; dopo aver cenato mi riaccompagnò in cantiere e mi disse prima di allontanarsi “Pensaci sei ancora in tempo, dammi retta, smonta tutto, ti darò io il denaro necessario per pagare tutti i sospesi, ma lascia perdere”.
Mi sentivo quasi in colpa per quella mia speranza di poter risolvere tutto, per quella convinzione che il peggio era passato, tornando verso la mia casa, ripensavo alle sue parole e resi conto che mi aveva insinuato il dubbio che le paure dei giorni passati, prima o poi sarebbero tornate a farsi vive.
La mattina del nove di luglio, arrivò la prima doccia fredda della giornata, i Vigili Urbani della X° Circoscrizione, per disposizione di A., avevano tagliato la fornitura dell’acqua: era la catastrofe.
Salii in auto e mi recai in Via Petroselli alla VI Ripartizione e nessuno sapeva nulla di cosa fosse accaduto quella mattina, per più di due ore giravo da un ufficio all’altro cercando di scoprire notizie su cosa fosse accaduto, finalmente ho trovato un ingegnere che dopo una lunga serie di telefonate in Campidoglio, riuscì a trovare il bandolo della matassa.
L’ordine di togliere l’erogazione dell’acqua al mio villaggio era venuto direttamente dall’ufficio di Gabinetto del Sindaco R..
L’ingegnere, compresa la gravità della situazione, mi consigliò di raggiungere un accordo con la vicina scuola R., confinate con il villaggio “Faccia presto però, se qualcuno informa la USL che al villaggio non c’è acqua, i sigilli questa volta saranno definitivi” mi disse.
Tornata al villaggio, con il capo cantiere sono andata alla scuola, il guardiano mi disse che aveva difficoltà a rintracciare il Preside, ma che comunque ci avrebbe aiutato e infatti nel primo pomeriggio, l’erogazione dell’acqua fu ripristinata.
Tirato un sospiro di sollievo sono tornata al villaggio, quando ho visto arrivare alcuni vigili, accompagnati come al solito da alcuni zingari, ed alcuni consiglieri della Circoscrizione, a loro dire, tutti appartenenti a RIFONDAZIONE COMMUNISTA; in testa al gruppo C. A., una specie di nano rattrappito che urlava e gesticolava in continuazione e che ordinò ai vigili di apporre i sigilli a tutto il villaggio; con lui c’erano anche C.M., B. M. e tali G.e C..
Il C. e gli altri furono da me denunciati il 25 luglio, unitamente ai Vigili Urbani della X° Circoscrizione ed al loro Comandate B.E.; alcune settimane dopo appresi dagli stessi C. che il Comandate dei Vigili era sul loro libro paga da molti anni ed inserito anche nel libro di N. E.
La denuncia venne da me presentata presso il X° Commissariato di Polizia, nelle mani dell’Ispettore C. M., appare forse strano, ma di quella denuncia sono state perse le tracce, infatti non risulta protocollata presso il Tribunale di Roma.
Mi sono ritrovata nuovamente con il villaggio sotto sequestro e con l’inaugurazione nuovamente rinviata, di conseguenza tutti gli impegni assunti con gli sponsor furono annullati e io mi ritrovavo con i guai fino al collo, pensai allora che il mio compagno aveva ragione e che colui che mi attaccava era certamente un nemico potente e nulla potevo contro di lui, le paure dei giorni precedenti, tornavano a farsi vive, ma ero decisa, nonostante tutto, a non arrendermi.
Dopo quest’ultima visita dei Vigili Urbani e dei loro accompagnatori, la Circoscrizione revocò tutte le autorizzazioni comunali e io mi ritrovai a dover ricominciare tutto dal principio.
Grazie all’intervento di PALAZZO GHIGI, riuscì ad ottenere i nuovi permessi e io potei fissare la nuova data di inaugurazione del villaggio; un altro comunicato stampa, annunciò che la sera del 15 luglio il villaggio “DIETRO LE MURA” avrebbe finalmente aperto le porte al pubblico, dando così inizio alla mia estate romana.
La sera del 14 luglio, mentre stavamo provando l’impianto luci, arrivò un gruppo di Vigili Urbani con alcuni zingari, ero fermamente decisa a non accettare altri soprusi e li bloccai all’ingresso “Che altro c’è ancora ?” chiesi a uno di loro che si qualificò come tenete “Niente, volevamo soltanto vedere se tutto procedeva” rispose, poi rivolto a uno dei zingari presenti e facendo in modo che io sentissi disse “Stai tranquillo, domani sera daremo a questa stronza una lezione che non dimenticherà”, per precauzione, quella notte non andai a casa e lasciai tutte le luci del villaggio accese, in modo da controllare qualsiasi intrusione indesiderata.
La sera del 15 luglio, il momento tanto atteso era finalmente arrivato, tutti quei giorni di ritardo, mi avevano causato una perdita di oltre centoottanta milioni (180.000.000), nonostante tutto però ero determinata ad andare avanti, a non arrendermi; non avevo ancora capito che i giorni a seguire sarebbero stati una trappola insidiosa, una sorpresa drammatica.
Feci un rapido giro nel villaggio, per l’occasione era venuto anche il mio socio F.L., anche lui come me emozionato di fronte a quello spettacolo; il bianco immacolato degli eleganti gazebo, gli ampi e comodi divani di vimini ricoperti di soffici cuscini bianchi, il verde smagliante degli alberi, le macchie colorate delle tante ciotole di terracotta colme di fiori, si mescolavano gli archi e gli antichi ruderi, dove la luce al tramonto si rifletteva in un susseguirsi di ombre; quello che vedevamo ci riempiva di orgoglio.
Guardai l’ora, erano circa le otto, centinaia di fiaccole romane segnavano il percorso del villaggio che sembrava uno scrigno magico aperto verso il cielo, una specie di paese delle meraviglie.
Per precauzione, d’accordo con il mio socio, avevo intensificato la vigilanza, di guai ne avevo avuti abbastanza e non volevo assolutamente alimentare la mia tensione con qualche spiacevole inconveniente.
Verso le 21,00, iniziano ad arrivare gli ospiti e verso le 22,00 la grande festa ebbe inizio; per circa mezz’ora furono serviti i cocktails, poi una voce al microfono annunciò che la cena era servita.
Il menù era stato preparato con il massimo scrupolo ed il cibo era squisito; centritavola di fiori variopinti e candelieri di cristallo ornavano i numerosissimi tavoli, gli addetti al controllo vigilavano attenti mentre l’orchestra suonava.
Fuori dal villaggio si era radunata una gran folla, incuriosita dell’arrivo di tanti personaggi politici, rappresentanti dello spettacolo e della cultura; ero soddisfatta di ciò che vedevo, Luciano era al settimo cielo, la serata stava ottenendo un successo superiore ad ogni aspettativa, se tutto fosse andato secondo le previsioni, ben presto avevamo recuperato quei giorni perduti e risanato quell’emorragia di denaro.
Il mio compagno, al contrario di noi, non né era affatto convinto e me lo disse “Non farti illusioni, il nemico prima o poi si rifarà vivo” e ancora una volta cercò di convincermi a rinunciare ma senza successo, avevo fatto una promessa a me stessa, quella risalita contro corrente l’avrei vinta io a qualunque costo.
Le ore passavano, gli ospiti si divertivano e io finalmente mi godevo il risultato di tanta fatica, ad un certo punto della sera però, il mio socio disse qualcosa che mi indusse a riflettere “Come fai” disse “a non accorgerti che è tutto così strano ? Fino a ieri abbiamo subito ogni sorta di angheria, poi la bacchetta magica ha fatto sparire zingari, Vigili Urbani, Consiglieri Comunali…, ti sembra normale tutto questo ?”, francamente non sapevo cosa rispondergli, in effetti nessun rappresentante del Campidoglio aveva risposto al mio invito, cosa mai accaduta per le mie precedenti iniziative, anche la X° Circoscrizione mi aveva ignorata e un simile atteggiamento, a pensarci bene, non prometteva niente di buono, cercavo però di non pensarci.
Guardai l’ora, era quasi mezzanotte e mi resi conto di avere appetito, chiesi a Luciano se me faceva compagnia a mangiare qualcosa; insieme ci sedemmo ad un tavolo e dopo qualche minuto, uno degli addetti al controllo venne a chiamarmi, qualcuno all’ingresso principale chiedeva di me.
“Vuoi che ti accompagni” mi chiese Luciano, risposi di no “… mangia pure tranquillo, faccio in un attimo, sarà qualche ospite ritardatario”; arrivai all’ingresso e notai che la folla si era triplicata, chiese ad una hostess che fosse la persona che mi cercava ma nessuno ne sapeva nulla.
Decisi allora di tornare indietro, ma fatti pochi passi, udivo qualcuno che chiamava il mio nome, mi voltai e due giovani coperti in volto dal buio, erano di fronte a me; non ebbi nemmeno il tempo di chiedere cosa volessero, che un violento pugno mi colpì tra l’occhio e l’orecchio sinistro, facendomi cadere in terra, mentre i due si dileguavano tra la folla.
Gli addetti al controllo mi consigliarono di informare una delle pattuglie della Polizia che stazionavano fuori dal villaggio, ma nonostante perdessi sangue dall’orecchio, mi rifiutai; non volevo dare pubblicità all’accaduto, il villaggio era colmo di Autorità Politiche e personaggi noti, quindi tornai al tavolo, Luciano mi osservava senza dire una parola, “Forse hai ragione tu” fu il mio commento all’accaduto “C’è qualcosa che non và” e mi tornò in mente la frase che la sera prima, il tenente dei Vigili aveva pronunciato rivolgendosi allo zingaro; il dolore era insopportabile, ma feci il possibile perché nessuno degli ospiti si accorgesse di quanto accaduto.
Verso le due, gli invitati cominciarono ad alzarsi e quando alle tre l’ultimo ospite lasciò il villaggio, tirai un sospiro di sollievo, per un po’ rimasi a parlare con Luciano, poi decisi di andarmene a casa “Sei sicura di farcela da sola ?” mi chiese lui, risposi “Stai tranquillo, per questa sera la mia dose di avvertimenti l’ho già ricevuta su un piatto d’argento”.
Arrivata a casa, la stanchezza e quanto era accaduto, mi aveva spossato, quindi presi subito sonno, ma nel cuore della notte squillò il telefono e istintivamente guardai l’orologio, segnava le ore cinque di mattina, chi poteva essere a quell’ora, alzai la cornetta e dall’altra parte del telefono una voce maschile che disse “ Se vuoi lavorare in pace comincia a pagare”.
In quel momento ebbi l’impressione che la mia vita fosse finita e ne iniziava un’altre fatta solo di paura e di attesa, la voglia di dormire mi passò immediatamente, feci una doccia e tornai al villaggio.
Giunsi verso le ore sette e ho trovato gli operai già al lavoro, avevo l’occhio tumefatto e l’orecchio mi doleva come tutta la testa, per tutta la giornata dedicai all’allestimento della MOSTRA SUGLI ACQUEDOTTI NEL MONDO, centosessanta pannelli fotografici in bianco e nero, una ricerca alla quale avevo dedicato molto tempo; mi sentivo orgogliosa di quel lavoro e tutto sembrava tranquillo, forse troppo, avvertivo dentro di me uno strano senso di inquietudine, non tanto per quel pugno, quanto per quella telefonata, per quelle parole pronunciate da uno sconosciuto, che risuonavano nella mia mente come una sentenza annunciata, avevo la sgradevole sensazione che il mio vivere quotidiano ormai appartenesse al passato.
Le ore passavano senza che me ne accorgessi, nonostante il mal di testa che non accennava a diminuire e l’occhio sempre più gonfio, controllai l’orologio, il giorno stava per finire, il tramonto sembrava avere un nuovo orizzonte in quella girandola di colori, uno spettacolo straordinario in un contrasto abissale con quanto era accaduto la sera prima, poche ore prima.
Ripensai ai giorni dell’inizio, a quel mio introdurmi in quella immensa distesa di archi, a quei frammenti di muraglia di tufo destinati a sopravvivere oltre la fine, ripensavo ai giorni dell’allestimento, difficili e tormentosi, a quella Luna dalle mille facce che cominciavo a scoprire sempre di più e mi accorsi di essere stanca, più stanca di quanto fossi disposta ad ammettere, desideravo andare a casa e cercare di riposare un po’.
L’allestimento della mostra era a buon punto, avrei finito il giorno dopo e mentre mi avviavo all’uscita, mi sono fermata a guardare le foto dell’Acquedotto di Cartagine, una gigantesca Opera del II° secolo d.c. di oltre ottanta silometri, l’avevo visitato durante uno dei miei viaggi di lavoro in Tunisia, arrivando fino alla sorgente di Zaghouan, vicino al Tempio di Adriano.
Immersa in quei ricordi, non mi accorsi che nel villaggio era entrato un uomo, uno zingaro seguito da una donna zingara; nel trovarmeli davanti, rimasi pietrificata, cosa potevano volere da me quei due alieni ? Guardai gli operai e gli addetti alla vigilanza, anche loro colti di sorpresa da quella visita inaspettata e così in contrasto con la scenografia del luogo.
L’uomo era piccolo, sporco e sudato, la donna vicina a lui, sembrava una montagna di lardo e sudore, il loro atteggiamento, fece scattare in me un campanello d’allarme, anche perché la faccia dell’uomo era crudelmente attenta quando parlò “ Sono C. G. e questa è la mia signora” indicando la montagna di lardo e sudore; “ Non potete stare qui, il villaggio è chiuso per manutenzione” risposi.
Tutti i presenti seguivano i movimenti dello zingaro che si era messo a controllare le strutture, “Forse,”continuò l’uomo “Non hai capito chi sono io, sono il nipote di C.A. il re degli zingari e gradirei un po’ di gentilezza. Tu hai costruito questo villaggio su un territorio che noi controlliamo da oltre vent’anni, si può dire che sei in casa nostra” “ Cosa vuoi” gli chiesi, “per cominciare” rispose lui “Voglio uno di questi” e indicò uno dei gazebo “Voglio fare un omaggio alla mia signora”, “Non sono in vendita” dissi “…e ora andate via”.
La tensione era palpabile, nel villaggio c’era un silenzio assoluto, non si sentiva neanche un respiro.
Dall’espressione stampata sul viso dello zingaro, ebbi la certezza di aver detto qualcosa di troppo, infatti la sua voce subito dopo si fece minacciosa “Ehi, comare, cambia tono a essere gentile puoi soltanto guadagnarci, sappiamo che hai avuto parecchi problemi con la X° Circoscrizione, da un nostro amico abbiamo saputo che fino a oggi hai perso un sacco di soldi; noi possiamo aiutarti, avrai sentito parlare della potenza dei C., devi soltanto accettare la nostra protezione, con tutte le società finanziarie che abbiamo, possiamo salvarti da altri guai”.
La montagna di grasso e sudore nel frattempo si era seduta su uno dei tanti divani di vimini e fece un cenno al marito, “ Non ho bisogno della vostra protezione”, fu la mia risposta, “ E se non andate immediatamente via chiamo la Polizia”, la montagna di grasso e sudore si alzò e disse qualcosa all’orecchio del marito, che indicandomi nuovamente uno dei gazebo disse “Per domani mattina lo voglio a casa mia in Via del Quadraro 1.., voglio anche i divani, le poltrone, i cuscini e il pavimento in legno e non farmi tornare altrimenti potrei arrabbiarmi” “Ti ho già detto che qui non si vende niente” replicai all’uomo e lui rispose “…e chi ti ha detto che voglio pagare, non lo sai ? I C. non pagano mai”.
Mentre si allontanava, seguito dalla zingara, si girò verso di me e aggiunse “ Ricordati, domani mattina alle sette e in quanto a quelli della Polizia, sappi che i C. gli pisciano addosso”, li ho seguiti con lo sguardo finche non sono spariti.
“E adesso che facciamo” mi voltai, era il capo cantiere “Niente” risposi “Assolutamente niente, andiamo avanti, in fondo non è successo niente, ha voluto solo spaventarci, vedrai, non si farà vivo”, “ Non ci conti troppo” fu la sua risposta mentre si allontanava.
Dopo poco tempo sono andata a casa per cercare di riposare un po’, ma ho dormito male perché il dolore della testa e dell’orecchio mi tormentava, sentivo dentro di me un imminente pericolo e mi tornavano alla mente le parole del mio compagno che mi aveva detto “ Ho l’impressione che questa volta il nemico sia troppo potente perché tu possa farcela”.
La mattina successiva, arrivata al villaggio, trovai una sgradita sorpresa, C. G. alle sette e dieci era arrivato con un camion e aveva costretto gli operai a consegnagli un gazebo con alcuni divani, poltrone e cuscini, in più aveva portato via un rotolo intero di prato artificiale, prima di andarsene aveva lasciato un messaggio per me, mi aspettava a casa sua in Via del Quadraro nr. 1.., inoltre prima di risalire sul camion, aveva comunicato che da quel momento il mio villaggio sarebbe stato gestito dai C..
Ero fuori di me, risalii in macchina, il capo cantiere si offri di accompagnarmi dicendomi “ Mi faccia venire con lei, quelli non li conosce, sono pericolosi !”, “ Non sai quanto sono pericolosa io, quando mi arrabbio” gli risposi.
In pochi minuti arrivai all’indirizzo lasciato dal C. G., quando giunsi notai che il gazebo era nel suo cortile con tutto il materiale asportato dal villaggio, in meno di un attimo, fui circondata da decine di zingari e uno di loro, che successivamente G. mi presentò come uno dei suoi fratelli, C. L., aveva bloccato l’ingresso con la sua Ferrari Testarossa in maniera tale che non potessi più uscire da quello spazio.
G. era là, sembrava che mi aspettasse e disse subito “ Non fare tante storie, un gazebo non ti cambierà certo la vita, mentre io faccio contenta la mia signora” , si fece avanti un altro zingaro, la sua faccia era una maschera di violenza “ Ti ricordi di me ?” mi chiese, non avevo idea di chi fosse anche se mi ricordava qualcosa di molto remoto; lui continuò “ Sono A., G. e L., sono i miei fratelli, noi ci siamo conosciuti tanti anni fa a Cinecittà, tu eri l’aiuto regista di un nostro amico M. V.”.
In un lampo ogni cosa tornò alla mente, “ E’ vero” dissi “Affittavate i cavalli e prestavate i soldi a usura”; rammentai tanti episodi di quell’epoca così lontana, le difficoltà di quel regista-produttore che chiedeva aiuti finanziari ai C. quando questi abitavano ancora al Mandrione, le enormi borse sporche piene di soldi, il conto degli interessi, la promessa, ogni volta da parte di M., di rispettare la data stabilita per la restituzione di quanto richiesto, il coltello che scherzosamente, non credo poi tanto, che i C., mostravano al poveretto e la frase che gli ripetevano ogni tanto “Hai ancora trenta giorni ? Fra trenta giorni torneremo e ti faremo assaggiare questo”.
Mi accorsi che C. A. mi stava osservando, “ E io che c’entro con voi ? ” gli domandai, “Niente” rispose G. “Tu non c’entri niente, c’entri adesso però, ieri sera tè lo avevo detto, tu hai occupato un territorio controllato da noi; in questo quartiere chi vuole lavorare in pace deve mettersi sotto la nostra protezione e la protezione ha un costo; tu non sei mica diversa dagli altri, quindi se vuoi lavorare, devi pagare”.
Quella frase l’avevo già sentita al telefono e capii da dove era arrivata, “ Che stai inventando?” gli chiesi “Io per quello spazio ho regolare delibera comunale e pago l’occupazione di suolo pubblico !” “Tu non paghi un cazzo” fu la sua risposta piena di rabbia, “lo sappiamo bene, come sappiamo che non hai più una lira! Come pensi di andare avanti per tre mesi ?…poi è una brutta zona, piena di malviventi, di tossici, se invece si viene a sapere che i C. ti proteggono, nessuno oserà darti fastidio”; “Insomma” gli chiesi “Quanto vuoi per levarti dai piedi ?” Ero piena di rabbia ma anche spaventata; “Vediamo”, disse G., “Dal trenta giugno a oggi … fanno diciotto giorni, a un milione e mezzo al giorno, fanno ventisette milioni, a questa cifra ci devi aggiungere gli interessi per il mancato pagamento, in totale sono cinquataquattro milioni, poi devi aggiungere i mesi di maggio e giugno, insomma in tutto ci devi circa duecento milioni”.
Credetti di svenire, mi guardai intorno, un piccolo esercito di zingari mi circondava e mi guardava in silenzio, tra questi anche G. mi stava osservando.
Non avendo alternativa, decisi di prendere tempo “ Mi offrite un caffè ?” chiesi, non dovendo fagli capire quanto fossi spaventata, anche se tutto sembrava ormai inevitabile al di la di ogni speranza; “ Ci piace la gente ragionevole”, girai la testa, l’uomo che aveva parlato ero alto e robusto, “Ti presento mio zio C. V.,” disse G.
Lo guardai attentamente, era vestito in maniera sobria ed elegante, non sembrava uno di loro, la leggera montatura degli occhiali da vista lo distingueva indubbiamente dagli altri C.; aveva un’autorevolezza arcigna che gli conferiva una personalità dura, sicuramente era uno de quegli uomini abituati a studiare l’individuo che gli sta davanti.
Iniziai a perquisirlo con gli occhi cercando di scrutare i movimenti, le reazioni, il parlare, l’atteggiamento; ci studiammo per alcuni secondi che a me parvero secoli, ero gelata dal suo sguardo tremendo e insondabile, ha gli occhi di un assassino ricordo che pensai, capii che dovevo giocare d’astuzia “ Fai entrare la signora” disse al nipote “…e tu” rivolgendosi alla montagna di grasso e sudore che avevo conosciuto la sera prima “Prepara un caffè e metti le tazzine pulite”.
Entrammo in casa “Voglio che lavori per noi” disse subito C. V., senza tanti preamboli, “ Sei una donna in gamba e noi abbiamo bisogno di gente come te”; mi sentivo intrappolata, impotente; mi ero tolta gli occhiali da sole, l’ecchimosi all’occhio era evidente “ Per evitare altri episodi come quello dell’altra sera” continuò V., indicando il mio occhio “E’ meglio che ti metti sotto la nostra protezione, questo è un quartiere pericoloso, potrebbe accaderti qualcosa di molto grave”.
Nella stanza si erano radunati parecchi zingari, attraverso la finestra, potevo vederne tanti altri nel cortile, sembrava che tutti aspettassero gli eventi; non c’era nulla che potessi fare, se non cercare di prendere tempo, era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere ed ero impreparata.
“Vedi” disse V., “Da quando seri arrivata non ti abbiamo mai persa di vista, per noi è stato un grosso impegno, un lavoro e il lavoro, tu lo sai, va retribuito”, facevo fatica a seguire il suo ragionamento anche perché ero molto tesa e il mal di testa si era rifatto vivo con violenza, “ Se avessi tutti i soldi che mi chiede suo nipote” gli risposi “Me ne starei al mare a prendere il sole e non a lavorare”, G. rise e notai che gli mancavano alcuni denti, V. invece continuò a parlarmi “Tu però, hai un’amante ricco, sappiamo tutto di lui e della sua attività, cosa vuoi che sia per lui un milione e mezzo al giorno ?”.
La sua presunzione e quel tono spavaldo mi diedero fastidio “Non ci provate !!” gli dissi “ Non immaginata neanche cosa sarei capace di fare”, rispose “ Calma, calma, non ti agitare, possiamo sempre trovare un’altra soluzione, devi sapere che noi controlliamo su tutto il territorio nazionale, una cinquantina di banche, possiamo farti aprire tutti i conti correnti che vuoi con un numero illimitato di blocchetti di assegni, tu non devi far altro che firmare gli assegni, al resto pensiamo noi, ovviamente ti paghiamo per questo, sessantamila lire per ogni assegno firmato, di solito paghiamo un po’ meno, ma qualche volta facciamo un’eccezione”.
Cercai di porre fine a quel dialogo, per me senza senso, dicendogli che in passato avevo avuto dei problemi e quindi avevo dei protesti bancari, lui invece mi rispose che lo sapeva già e che quello non era un problema, continuò dicendo che sapeva tante altre cose di me, perché si era informato, poi aggiunse “Nei nostri libri paga, ci sono Presidenti, Funzionari e Direttori di Banche, altrimenti come pensi che potremmo controllare cinquanta istituti bancari ?”, capii che non scherzava e che aspettava da me una risposta.
Cercai di prendere tempo e gli dissi che gli avrei fatto conoscere la mia decisione al più presto “ Domani sera” rispose lui “ Verrò al villaggio insieme a mio fratello A., domani sera mi dirai cosa hai deciso”.
Avevo finito di bere il caffè, G. mi osservava, anche gli altri mi osservavano, sicuramente aspettavano una mia decisione in merito al gazebo “Te lo lascio il gazebo, hai ragione tu, un gazebo in meno non mi cambierà la vita, ma ad una condizione, non voglio rivederti al villaggio e non voglio che vai raccontando in giro che i C. sono i gestori del mio villaggio”, “Va bene” rispose G. “Anch’io però devo chiederti una cosa, voglio che i tuoi operai oggi stesso, vengono a montarmi il gazebo, se vengono stamattina, in mezza giornata possono finire tutto il lavoro, Maria” indicando la montagna di grasso e sudore “Preparerà un bel pranzetto”.
Stavo salendo in macchina quando C. A., si avvicinò e disse “ Hai messo su un bel villaggio, proprio bello, che né diresti di fare un po’ di affari insieme ?”, ne avevo abbastanza delle loro proposte, ma feci finta di niente e gli domandai “ Che genere di affari ?”, rispose “ Beh, io tratto donne, tratto puttane, con quella discoteca che hai messo su e con le conoscenze che hai, possiamo incastrare un sacco di gente e fare un bel po’ di soldi, che ne pensi?”, stavo bene attenta a non fagli capire cosa pensassi veramente e gli dissi “Ci penserò e ti farò sapere”.
Salii in macchina e andai via dopo che C. L., aveva rimosso la sua Ferrari Testarossa dall’ingresso, arrivai al villaggio e disposi perché cinque operai andassero subito in Via del Quadraro a montare il gazebo nel cortile di G., guardavo le facce degli operai e capii che non approvavano la mia decisione, ma come potevo spiegagli cosa stavo rischiando?
Dal mio cellulare chiamai Franco dicendogli che dovevo parlagli subito mentre guidavo diretta al suo stabilimento, dallo specchietto retrovisore notai un motociclista che a bordo di una Kawasaky bianca da induro, mi seguiva; non era certo quello, pensai, che avevo sperato per la mia estate romana, mi tornarono in mente tutte le parole di Franco, i suoi timori, le sue preoccupazioni, i suoi sforzi per convincermi a rinunciare a tutto; ero sbigottita di fronte alla realtà del momento.
Che difesa potevo avere contro quegli animali ? E ripensando ai giorni passati, tante cose, montagne di cose cominciarono ad assumere una loro ben definita fisionomia, tante cose alle quali non avevo dato eccessiva attenzione, cominciarono ad avere un significato ben preciso, intanto ero arrivata allo stabilimento di Franco, il motociclista era sempre dietro di me; raccontai al mio compagno ciò che era accaduto, nei minimi particolari, stando bene attenta a non trascurare nulla, “Cerca di prendere tempo” mi disse Franco “Troveremo una soluzione, ti darò io il denaro necessario”.
Tornai al villaggio, il motociclista continuava a seguirmi.
Quello fu l’inizio desolato di un universo completamente sconosciuto.
Verso le 17,00 gli operai tornarono al villaggio, il lavoro era stato eseguito e tutto era a posto, uno degli operai mi raccontò che uscendo dall’abitazione di G., erano stati fermati da una pattuglia dei Carabinieri, che volevano conoscere i motivi per la quale si erano recati dai C. e nell’occasione erano stati identificati tutti gli operai.
Alle nove di sera, quando si avvertiva un gran trambusto all’ingresso della discoteca, un’orda di zingari in pochi attimi si riversò all’interno del villaggio, G. mi venne incontro e gli dissi “Che ci fai qui ?” e lui rispose “ I tuoi operai hanno lavorato bene, ma quanto mangiano ! Per il pranzo di oggi mi devi duecento mila lire, vedi di darmele subito”, “ Non eravamo d’accordo che saresti rimasto lontano dal villaggio” continuai io “Si” rispose lui “Ma mi dici come faccio a proteggerti se almeno io non vengo qui ? I C. i soldi se li guadagnano onestamente cosa credi ?” e ancora “ Ho saputo che sei andata dal tuo amico, bella mossa, sarà lui a pagare vero?” , il tono della sua voce era diverso da quello della mattina, era il tono di chi si sente padrone.
Mi sforzai per restare calma e domandai ancora “ Perché dovrei darti duecentomila lire per il pranzo ? Non eravamo rimasti d’accordo che offrivi tu ?”, “ Certo” fu la risposta “Solo che Maria ha cucinato tutta la mattina, non pensi che meriti un regalo ?”, Lo fissai negli occhi, mentre gli consegni i soldi.
Non sapevo ancora come, ma prima o poi si sarebbe pentito della sua arroganza, prima o poi mi avrebbe ripagata a caro prezzo, per lui non ci sarebbe stata punizione sufficiente, mi guardai intorno, decine di zingari avevano letteralmente invaso il villaggio; erano le due di notte, quando finalmente andarono via, prima di andare via G. disse “Domattina sarò quì alle otto”, prima di chiudere e andare via, con il capo cantiere, facemmo un rapido controllo, ovunque c’erano bottiglie rotte, mozziconi di sigarette sui divani, posacenere a terra, bicchieri sparsi ovunque, il villaggio era ridotto a un vero e proprio letamaio.
Da quella sera tutto cominciò a scorrere in un’unica, inarrestabile direzione, mentre io sprofondavo sempre più in me stessa, cominciai a vivere una storia che si scriveva da sola, la notte riuscivo a dormire soltanto poche ore e ogni volta mi trovavo a sperare di non risvegliarmi; la morte, mi dicevo, non ha storie da raccontare, io invece ad ogni risveglio mi raccontavo una storia fatta da incubi, di paure e di attese, una triste immobilità sembrava essersi radicata in quel villaggio che i C. avevano derubato di tutto il suo incanto; non osavo nemmeno immaginare come sarebbe finita.
Avevo una gran voglia di fuggire, di andare lontano, non c’era posto dove potessi rifugiarmi, era come andare alla ricerca di un’isola inesistente e pur rendendomi conto che dovevo in qualche modo trovare una soluzione, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a immaginare nulla che potesse salvarmi da quella tragedia così violenta e pericolosa, non trovando il coraggio per confidarmi completamente con il mio compagno, nonostante tutte le promesse fattegli, riuscivo a parlare solo con il mio socio F. L., ma lui ogni volta, dopo avermi ascoltata mi diceva “Per quanto mi sforzi, non riuscirò mai a capire questa tua ostinazione, non hai bisogno di dimostrare a nessuno che sei una donna coraggiosa, chi ti conosce lo sa bene, smontiamo tutto e andiamocene, cosa vuoi che possa accadere ? Tanto peggio di così …”.
Ma era inutile e lo sapeva anche lui, non intendevo arrendermi, non lo avrei fatto per nessuna ragione al mondo, dovevo andare avanti anche se dentro di me c’era soltanto la disperazione per ciò che era e per ciò che sarebbe stato.
V. C., come aveva promesso, la sera successiva al nostro incontro, arrivò al villaggio in compagnia del fratello A., il re degli zingari, con loro c’erano numerose zingare vestite nei loro costumi tradizionali e ingioiellate fino all’inverosimile, erano arrivati tutti a bordo di Rools Royce, Ferrari Testarossa, Jaguar Pantere, quella sera li scortava anche B.E., all’epoca comandante dei Vigili Urbani della X° Circoscrizione, con alcuni Vigili.
A., era assai diverso dal fratello V., sia nell’aspetto che nell’abbigliamento; poteva avere circa cinquantacinque anni, occhi profondamente attenti e vivaci, ed una faccia segnata, sembrava assai sicuro di se e certamente lo era, il suo aspetto era quello di un vero capo, zingaro, quella sera indossava una camicia di seta dai colori vivaci, pantaloni di seta bianchi e mocassini pure bianchi, sotto la camicia, lasciata aperta, c’era ben visibile la sua pistola, sul dorso nudo, spiccava una vistosa catena d’oro, mi porse la mano, aveva una stretta vigorosa e ferma, dopo qualche minuto notai al dito anulare della mano sinistra, un pesante anello d’oro a forma di testa di leone, era enorme, due rubini al posto degli occhi ed alla bocca aperta era incastonato un grosso brillante, Antonio che aveva osservato il mio sguardo mi disse “E’ il simbolo della nostra famiglia, se tu lavorassi con noi, potresti un giorno averne uno uguale, non proprio così grande, ma adatto alla tua mano”, capii subito che gli altri zingari lo temevano, infatti quando fece il suo ingresso nella discoteca, tutti si alzarono in piedi in segno di rispetto, cosa che fu ripetuta quando arrivò la sua donna C. M., una figura volgare ma decisa e consapevole del suo ruolo privilegiato, indossava un semplicissimo abito di seta nero, catene d’oro al collo e ai polsi, vistosi anelli di brillanti alle dita di entrambi le mani.
A. C. entrò subito in argomento “ Mio fratello mi ha riferito che possiamo esserci utili a vicenda, anch’io ne sono sicuro, ma ricordati che i C. tengono molto alla fedeltà, intanto devi metterti in testa che ormai da più di due mesi lavoriamo per te, anche se tu non te ne sei accorta, quindi è il caso che cominci a pagare, abbiamo visto che hai avuto problemi con i Vigili Urbani, ma come hai potuto notare, per noi il problema non esiste, sono tutti nostri amici, specialmente il loro Comandante, persona assai fidata e molto vicina alla nostra famiglia, comunque non ti chiediamo tutti gli arretrati in una sola volta, l’importante è che cominci a darci i soldi che ci aspettano, un po’ per giorno; con noi puoi stare tranquilla, nessuno ti darà fastidio, i fastidi li avresti se ti mettessi contro di noi”.
Nel giro di due o tre giorni, conobbi tutti i C. che contavano e quelli che non contavano nulla e con loro conobbi gli appartenenti alla famiglia S., S.., D. S., B. e D. R., tutti legati alla famiglia dei C. da vincoli di parentela; la loro presenza divenne addirittura ossessiva, la loro insistenza sfidava ogni spiegazione, ogni previsione, fin dalle prime ore della mattina, arrivavano al villaggio tronfi nei loro costosi vestiti, carichi di oro e puzzolenti; e io speravo che la terra si aprisse e li ingoiasse, pregavo per questo.
Avevo detto sia ad A. che a V., che avrei pagato la loro protezione a patto che mi lasciassero lavorare in pace, per gli arretrati dei due mesi di preparazione, ci saremmo accordati; V. aveva insistito per aprirmi quei conti correnti in banca, ma io ero riuscita a rinviare ancora la mia decisione, chissà perché, ero convinta che prima o poi avrei accettato.
Subito dopo l’inaugurazione del villaggio, si era presentato da me un tale R. V., lo avevo già notato nei giorni precedenti perché ogni mattina veniva a correre nei pressi del cantiere, avevamo cominciato a scambiarci il saluto e una mattina mi aveva ricordato che ci eravamo conosciuti negli stabilimenti cinematografici di Cinecittà; lui, mi disse, era uno dei tanti generici che lavoravano saltuariamente, certo, non potevo ricordarmi di lui, ma lui si ricordava di me; mi sembrò un po’ strano, a dire il vero, però si trattava di un uomo di quasi sessant’anni, al di sopra di ogni sospetto, si offrì di farmi da giardiniere.
In effetti, al villaggio mancava una persona che si occupasse delle tante piante che costituivano l’addobbo del grande complesso, R., non pretendeva nessuna retribuzione, chiedeva soltanto di poter mangiare con tutti noi e di poter entrare la sera in discoteca per fare quattro salti, aveva tenuto a chiarire che nonostante la sua età, gli piaceva stare in mezzo ai giovani e bere una birra con loro; ci accordammo, da quel momento R. divenne la mia ombra, mi seguiva ovunque ed io interpretai quel suo interesse, come una forma di protezione, la buona volontà di un uomo che voleva rendersi utile.
Erano passati soltanto tre giorni dal mio incontro con i C. in Via del Quadraro ma a me sembravano secoli.
La mattina del 20 luglio, accompagnata dal R.V. andai allo stabilimento di Franco, dovevo ritirare venti milioni in contanti per fare fronte ad alcuni creditori, il “fioraio” aveva insistito tanto affinché mi accompagnasse anche per conoscere il mio compagno.
Dopo poco tempo tornammo al villaggio e V. mi chiese di potersi allontanare per breve tempo, in quanto doveva recarsi agli studi di Cinecittà per fare una selezione di comparse per un film da girare a settembre venturo.
Dopo circa venti minuti arrivò C. G. accompagnato dai nipoti V. e M.; soltanto dopo l’arresto di G. seppi che V. in effetti si chiamava L. ed il vero nome del M. era B. T., nella circostanza G. venne subito al dunque “ Mi servono diciassette milioni, devo ricoverare Maria per un’intervento allo stomaco e al momento non ho contanti !”, risposi “Neanch’io ho tutto quel denaro e non saprei come procurarmelo”, lui con calma fredda disse “ Mi risulta che nella borsa hai venti milioni, perciò vedi di darmi i soldi che mi servono altrimenti ti faccio vedere di cosa sono capace di fare !”.
Non riuscivo a realizzare nell’immediatezza come fosse possibile che fosse così informato sul fatto dei soldi, poi pensai che qualche funzionario della banca lo avesse avvertito, non mi sfiorò minimamente il dubbio che l’informatore potesse essere il R. V.
Al quel punto vistami persa, minacciai il G. di far intervenire la Polizia e forse intimorito dalla mia reazione andò via seguito dai due nipoti, ma prima di andare via sottolineava il fatto che dovevo essere riconoscente a tutti loro se non avessi preso alcun provvedimento da parte dei Vigili Urbani e minacciandomi disse che dovevo stare molto attenta a quello che favo.
Quando il R. tornò al villaggio, gli raccontai l’accaduto e nella circostanza non mi è apparso particolarmente sorpreso di quanto gli avevo raccontato.
Il R. che già nei giorni precedenti mi aveva parlato della potenza dei C. e di quanto fossero pericolosi, anche in quell’occasione, dopo aver ascoltato il mio racconto, mi consigliò di riflettere bene su quanto mi aveva detto G. “ Stai attenta, pensa bene a quello che fai”.
Nel pomeriggio C. G. tornò al villaggio, in questa occasione accompagnato da un cugino, o almeno lo presentò come tale a nome di B. G.; il suo atteggiamento era diverso, non sembrava minaccioso come la mattina, sembrava piuttosto l’atteggiamento di chi vuole ostentare indifferenza facendo però pesare la sua superiorità; nella circostanza mi informò che suo cugino G., rappresentava la “famiglia” in certi ambienti di Napoli e che era addetto al recupero dei crediti, mi disse inoltre che era un picchiatore formidabile con una particolare capacità, quella di non lasciare mai segni esterni all’individuo sottoposto al pestaggio, aggiunse infine, mentre il G. estraeva dalla tasca dei pantaloni un coltello a serramanico, che mi riferiva quelle cose non per spaventarmi, ma soltanto per parlare, per tenere viva la conversazione.
Dopo un po’ tornò sulla richiesta dei diciassette milioni, dicendo che la sua non era una richiesta da intendersi come regalo, bensì un prestito, a fronte del quale mi avrebbe dato un assegno di pari importo di un’altra sua cugina, M. C., disse “l’assegno è pos-datato, ma puoi stare tranquilla”.
Telefonai a Franco chiedendogli un consiglio e lui mi disse di chiamare subito la Banca di Roma per sapere se potevo accettare l’assegno.
Seguendo il consiglio datomi, mi misi subito in contatto con l’agenzia di Via Casilina, la persona che mi rispose mi passò un impiegato che garantì cha la M. era persona solvibile e di assoluta fiducia, in quanto i C., aggiunse avevano tanti difetti, ma nei pagamenti erano corretti.
A quel punto decisi di accettare l’assegno e consegnai al G. diciassette milioni in contanti.
Il sette settembre l’assegno firmato dalla C., che tra l’altro avevo dato in pagamento ad uno dei fornitori, andò in protesto e quando chiesi spiegazioni alla Banca di Roma, seppi da un funzionario che la M. era una prestanome dei C. e che il conto le era stato chiuso da mesi per decine e decine di milioni di assegni a vuoto.
Saputo l’indirizzo della donna, una mattina mi presentai a casa sua, in Roma a Via Tuscolana 12…, e parlai con suo marito, ebbi così la conferma che la M., era una prestanome della “Famiglia” e di una organizzazione malavitosa di calabresi affiliati ai C.; l’uomo mi disse che la moglie era andata via e che conviveva con un tappezziere, indicato come G. S. ed abitava in Via Casal Bruciato nr. 2…., ed aggiunse inoltre che il G. era amico del fratello della C., M. M., anch’egli prestanome dei C. ed inoltre corriere per il trasporto della droga destinata a quella “famiglia”.
Il marito, conosciuto per F. T., era un operaio di un’impresa di pulizie, ed aggiunse nel racconto, che la moglie C. aveva aperto numerosi conti correnti, in altrettanti istituti Bancari alcuni dei quali con la convivente del fratello M. tale B. P., anche lei prestanome dei C.; la due donne si spacciavano, su indicazione dei C., per agenti di commercio di una ditta di erboristeria che aveva sede a Milano, in effetti la ditta era soltanto uno statuto di comodo e una voce femminile al telefono pagata per dare informazioni dalle due donne e di altre persone coinvolte.
Il F. disse anche che M. M., aveva una pistola fornitagli da C.N. e che non aveva il porto d’armi ed era molto pericoloso, in ultimo aggiunse che alcune sere prima i calabresi erano andati da lui per parlare con la moglie e non trovandola lo avevano pestato a sangue, in quanto la moglie lavorava specificatamente per C. V. e che aveva guadagnato sessanta milioni nei primi due mesi di questa attività, grazie al fatto di aver firmato cento libretti di assegni che poi aveva consegnato a V., ottenendone un compenso di sessanta milioni in quanto gli era stato pagato sessanta mila lire ad assegno.
Quella sera i C. vennero a riscuotere, secondo i loro calcoli, dovevo iniziare a mantenere i miei impegni presi con la “famiglia”; nella circostanza dissi a V. che proprio poche ore prima, avevo prestato al nipote G. diciassette milioni in contanti e che in quel momento non disponevo di altro denaro, V. non disse nulla e per qualche minuto continuò a guardarmi in silenzio, assolutamente indifferente e con un sorriso di gelida superiorità stampato sulla faccia, sembrava quasi un avvoltoio in attesa della carogna da spolpare.
Quando parlò, la sua voce era piena di espressione “ I tuoi rapporti con mio nipote, non hanno niente a che vedere con gli accordi che hai preso con la famiglia, il fatto che tu abbia accettato la nostra protezione, non vuol dire che i soldi c’è li dai quando ti piace a te, c’è li dai quando diciamo noi” e concluse incamminandosi verso l’uscita “Domani mattina torna dal tuo amico e fatti dare i soldi che ci devi, perché domani sera tornerò qui e li voglio tutti, che ti piaccia o no”
Ascoltando quelle parole, capii che le cose avevano smesso di essere normali e che la mia vita non aveva più niente di normale, una voragine si era spalancata sotto i miei piedi e io rischiavo di non uscire mai più; nonostante tutto però cercavo di illudermi che se da una parte l’entusiasmo per il mio lavoro si era trasformato in qualcosa che andava addirittura al di là della paura, dall’altra se fossi stata capace di non perdere la sicurezza, avrei superato quel momento così faticoso.
Maturava in me il pensiero che dovevo trovare il modo di fagliela pagare a tutti ! Certo, ma come ?
La mattina successiva riferii a Franco il colloquio avuto con C. V. e la necessità di cominciare a pagare onde evitare qualsiasi forma di ritorsione, in quell’occasione mi sono accorta che era preoccupato; ancora una volta cercò di convincermi ad abbandonare tutto, ma senza successo, non potevo accettare una simile sconfitta.
[... Data la serietà del documento e per motivi di sicurezza non abbiamo ritenuto opportuno inserire ulteriori immagini preferendo che il lettore si concentri sul contenuto...]
Franco mi parlò di strane telefonate che riceveva ormai da alcuni giorni, una voce anonima continuava a ricordagli che sua moglie poteva essere informata della nostra relazione, che i suoi figli correvano seri pericoli, che il suo stabilimento poteva prendere fuoco da un momento all’altro e che doveva pagare; la stessa voce gli ripeteva che lui stesso poteva incorrere in qualche incidente grave e quindi prima di pensare a qualunque rifiuto, doveva valutare tutte le possibili conseguenze.
Lo osservavo mentre parlava, era cambiato, non era più l’uomo allegro e spiritoso che riusciva a sdrammatizzare ogni cosa, era impaurito e stanco, allora decisi di arrendermi, gli dissi “ A questo punto, fai quello che ritieni più giusto, non posso pretendere tanto, qualunque sarà la tua decisione, per me andrà bene” .
Rimase un po’ in silenzio, poi la risposta che mi diete mi confermò quanto lui tenesse a me e disse “ La cosa migliore sarebbe quella di farti andare via il più lontano possibile da qui, da Roma, ma credo che al punto in cui siamo la situazione non cambierebbe, anzi diventerebbe ancora più pericolosa; i C. troverebbero comunque il modo di vendicarsi” a quel punto gli domandai “Cosa pensi di fare allora ?” “Pagheremo” rispose lui “Finché sarà possibile, pagheremo, non ti prometto niente, ma finché potrò, starò dalla tua parte, stanne certa”.
Prima di salutarci, mi consegnò una busta con la somma che secondo i calcoli contorti di C. V. e di G., “dovevo” alla Famiglia, per la protezione fornitami fino a quel giorno, settantacinque milioni in contanti.
Quella sera C. V. venne al villaggio come aveva promesso, a riscuotere e io gli consegnai la somma, con lui c’erano anche A. e G. C., poco distante da noi c’era B. G., giocava con il suo inseparabile coltello a serramanico, sorridendo soddisfatto.
Quando i C. arrivavano al villaggio in compagnia dei loro ospiti, mi obbligavano a sedermi ai loro tavoli, perché, dicevano, qualora fosse arrivato un qualsiasi controllo da parte della Polizia o dei Carabinieri, tutto sarebbe apparso regolare e loro, in quanto miei amici, non avrebbero avuto fastidi.
Della Polizia in verità non si curavano minimamente, si, dicevano, c’erano poliziotti che non stavano dalla loro parte, ma erano in pochi, agli altri ripetevano, i C. gli pisciano addosso.
Tra un bicchiere e l’altro si vantavano di avere nei loro libri paga Agenti, Ispettori, Funzionari e Dirigenti della Polizia di Stato, tra Commissariati, Questura, Ministero dell’Interno; parlavano con spavalderia delle loro amicizie al X° Commissariato Tuscolano, dell’ex Dirigente L.C., uomo, a loro dire di N. E., all’Ispettore F., sempre pronto ad avvertirli quando c’era odore di perquisizioni, in maniera che facessero sparire qualsiasi cosa che potesse comprometterli, parlavano dell’Assistente F. addetto al controllo degli arresti domiciliari, che li avvertiva dell’imminente arrivo dei controlli, in modo che chiunque di loro si trovasse in regime restrittivo non corresse il pericolo di qualche denuncia per evasione, parlavano dell’Agente L.C., che aveva libero accesso ai terminali del Commissariato e al quale gli avevano pagato debiti di gioco, sospendendoli con i fornitori della zona, al quale gli avevano regalato un viaggio premio in America, un telefono cellulare, un Agente, L.C., fidato, fidato a tal punto da affidagli insieme ad una prostituta soprannominata L. N., che lavorava per loro, il controllo delle prostitute che stazionano nella zona di Cinecittà e il ritiro degli incassi giornalieri.
I C. ci tenevano a dire che nei loro libri paga, come in quelli di N., non c’era soltanto il X° Commissariato Tuscolano, c’erano anche i Commissariati di San Giovanni, Appio, Casilino, Centocelle, Porta Maggiore, Vicinale, Trevi Campo Marzio, c’era la Questura Centrale, il Ministero dell’Interno, c’erano i Posti di Polizia delle Università, degli Aeroporti, c’erano Funzionari della Guardia di Finanza, Doganieri, Ufficiali Giudiziari, pagati quest’ultimi per far sparire ingiunzioni e atti a loro carico, c’erano Impiegati degli uffici ciminiteriali che non solo gli fornivano le copie dei registri, ma mettevano a disposizione tombe abbandonate a loculi liberi perché se ne servissero per i loro traffici.
Parlavano dei loro agganci con la Polizia Municipale, con l’Anagrafe; C.A., in particolare, mi ripeteva spesso che alla fine del mese con N. E., pagavano stipendi quasi quanti ne paga la Fiat.
Tra gli abituali ospiti dei C. nel mio villaggio spiccava un funzionario della Polizia di Stato, L. L., soprannominato dai C. “ IL MES, a volte di entrambe. SICANO”, che divenne un ospite fisso; arrivava sempre in compagnia della moglie o di giovani prostitute
Accadeva che qualche volta, ma molto raramente, arrivasse per conto suo e che nessun C. fosse presente e in quel caso, al momento di pagare il conto, diceva la solita frase “ Poi passa A. o N.” .
La sua arroganza non conosceva limiti, sempre con le mani aggrappate sulle inseparabili bretelle, quando un C. si lamentava di qualcuno, lui interveniva immediatamente dicendo a voce alta “ Non ti preoccupare, ci penso io, anzi fai sapere a quello stronco che se non la pianta, trovo il modo per mettergli le manette, vedrai che si calma subito, se poi insiste, useremo le maniere forti, la gente non ci manca !” .
Incurante di essere un funzionario di Polizia, quindi un uomo che aveva fatto un giuramento anche se alla luce dei fatti si trattava di qualcosa che si era perso nella notte dei tempi, L. L., si vantava di certe amicizie sbandierandole come se fossero trofei, medaglie da mostrare a tutti; si sentiva forte, sicuro di se, imbattibile e intoccabile.
La moglie, non era meno di lui, sempre accompagnata da donne dall’aspetto inequivocabile, quando arrivava, vestita di gioielli come la statua di San Gennaro, sembrava la patrona del villaggio.
Del “MESSICANO” i C., avevano un grande considerazione, un uomo, dicevano, che alla S. M., faceva il bello e cattivo tempo, lo ritenevano, almeno così mi raccontava C.A., un elemento prezioso, grazie anche alla famiglia della moglie, la famiglia T. di Torre del Greco, gente di spicco la definiva Antonio.
Oltre al L., un altro funzionario della Polizia di Stato, aveva preso l’abitudine di frequentare il mio villaggio D. G. A., all’epoca Dirigente della ……………..di Roma.
Non veniva certo con la stessa assiduità del L., ma quando arrivava si faceva notare soprattutto per la compagnia di certe donnine piuttosto allegre, in prevalenza di origine nigeriana; anche lui come L. si sentiva un padreterno e anche lui, come faceva il Messicano, non pagava i conto.
C. L., mi aveva raccontato parecchie cose di D. G., del suo coinvolgimento nella BANDA DELLA MAGLIANA, della sua amicizia con N. E. e di tutti i problemi giudiziari che aveva avuto, del suo reinserimento grazie alla protezione di cui godeva da parte di M. R. e dell’intervento dello stesso N., in certi ambienti che contano.
Di lui, L. diceva “Costa più di una puttana di lusso, ma N. e anche noi, lo riteniamo un uomo prezioso del quale non possiamo privarci, certo è ambizioso, gli piacciono i soldi, le barche, le pellicce per la moglie, i gioielli, ma a noi questo fa un gran comodo perché possiamo chiedergli qualsiasi cosa, con lui come con gli altri è solo una questione di prezzo” .
Ogni volta che vedevo arrivare al villaggio L. e D. G., mi veniva una gran voglia di prenderli a calci e sbatterli fuori, ma doveva sopportarli, dovevo sopportare la loro viscida presenza in attesa di potergliela far pagare.
Per i C., indubbiamente era assai importante fare sfoggio di certe amicizie con la Polizia di Stato, era la dimostrazione di appartenere in qualche modo alla vita di certi ambienti; certamente questo loro modo di fare e di esprimersi, era anche comprensibile in un certo senso se si pensa alle loro origini e allo squallore del loro modo di essere.
Per questo parlavano, parlavano e raccontavano episodi di ogni genere, uno fra questi ad esempio riguardava il Capo della ….P.. V.; raccontava C. A. che quando P. andava al Policlinico Gemelli ed andava a trovare il suo amico N., che all’epoca era un boss della Banda della Magliana, che era ricoverato in quell’ospedale, in stato di fermo, si faceva accompagnare da A. G. e da V. C..
Appena arrivava in ospedale, la prima cosa che faceva era quella di mandare il suo autista a dare le centomila agli agenti che piantonavano N., in modo che nella relazione di servizio non figurasse il suo nome e quello dei suoi amici.
Anche C. N., amava fare sfoggio delle sue “amicizie” importanti, raccontando tra un bicchiere e l’altro le sue cene all’ippodromo delle Capannelle, in compagnia, a suo dire, di M. F., A. G. e N. E., tutti insieme appassionatamente; N. parlava compiaciuto degli interventi di V.e A. presso magistrati compiacenti e quando una sera gli chiesi “Ma non temi che un giorno tutto questo potrà venire fuori, magari proprio attraverso i tuoi amici ?” , lui, aggiustandosi l’inseparabile cappellone con il quale ero quasi convinta che ci andasse anche a letto, si mise a ridere e rispose “ Non credo che questo possa accadere, firmerebbero la loro fine prima della mia e di quella della mia famiglia, vedi, la nostra è una specie di catena di Sant’Antonio, se la spezzi, porta iella, e la iella ricadrebbe addosso a loro prima che a me.”
In poco tempo, in quanto a poliziotti e funzionari della Polizia di Stato corrotti, mi feci una cultura, anche se alcuni di questi li conoscevo già da tempo e non stentavo quindi a credere a quello che mi raccontavano i C., capivo sempre di più il loro atteggiamento così sicuro, la loro mancanza di paura, la loro arroganza e la loro violenza.
Cosa poteva fare un cittadino di fronte a un’organizzazione come quella, protetta dai vertici della Polizia di Stato, dai Politici, dai Magistrati, cosa poteva fare, se non pagare o morire ? Quando li sentivo pronunciare certi nomi, decantare la violenza di agenti legati a loro a doppia catena, come amavano ripetere, mi veniva una rabbia feroce e pensavo a tutti i poliziotti onesti, che rischiano la vita ogni giorno mentre i loro colleghi e soprattutto i loro superiori, acquistano barche di lusso e ville, sputando sul distintivo e sulla divisa che indossano.
Imparai presto che ogni C. ha una sua storia, una sua identità sfuggente, vorticante in un mondo caleidoscopico, che fra loro esistono vendette tribali, che sono separati da un odio atavico, che ognuno di loro si sente un semidio, il padrone del mondo, ma che nello stesso tempo, tutti sono legati da un denominatore comune: la perfidia, e sono tutti accomunati dal tradimento, dalla crudeltà, uniti indissolubilmente dall’ambizione di potere.
Li osservavo durante le loro lunghe, estenuanti soste al villaggio, assistevo alle loro liti al vetriolo, ma bastava un lieve cenno, uno sguardo, perché l’uno comprendesse immediatamente il pensiero dell’altro; e quando ebbi la certezza che l’interesse rivolto a me, non era soltanto di V. C., ma anche di A., N.; L. e A., quando capii che ognuno di loro cominciava a fare progetti su di me, ognuno, naturalmente per il proprio interesse anziché per quello comune, capii di aver trovato la soluzione per fagliela pagare, senza dubbio la soluzione più pazza che potesse venirmi in mente.
Sarei stata al loro gioco e ne avrei approfittato per carpire a ognuno di loro, tutte le informazioni possibili sulla loro attività criminose, certo, mi dicevo, la vita è troppo breve per correre certi rischi, ma mi convincevo che le cose a volte accadono e basta; sapevo bene che il minimo errore da parte mia poteva far sfumare quell’occasione veramente unica, come sapevo che se uno di loro si fosse accorto del mio obbiettivo, non avrebbe esitato ad informare gli altri e io sicuramente avrei fatto una brutta fine.
Il mio, in teoria era un piano perfetto, stava a me renderlo perfetto anche nella pratica; nel mio piano avevo messo una sorta di saggezza politica, riuscendo a convincerli che alla fine dell’estate avrei cominciato a lavorare per loro e con loro.
Non era facile per me, lontana milioni di anni luce dal quel modo di vivere, incapace di mescolarmi a loro,riuscire a insidiarmi in mezzo a loro, ma mi impegnavo perché ai loro occhi, tutto apparisse il più normale possibile.
Ero riuscita, chiamando a raccolta tutta la mia astuzia a far scattare tra loro una forma di gelosia, un sospetto scambievole al punto che ognuno mi voleva per se in esclusiva; cominciai come prima cosa a permettere loro di fare del mio villaggio, il loro salotto e quartier generale, presero così l’abitudine di arrivare a ogni ora del giorno e della notte in compagnia di loschi individui, sicuramente personaggi di spicco negli ambienti della criminalità organizzata che si presentavano a bordo di macchine di grossa cilindrata targate – NA, PA, AQ, RC, MI, PRINCIPATO DI MONACO, COPO DIPLOMATICO, tutti accompagnati da guardie del corpo, tutti armati.
Incuranti della mia presenza, trattavano ogni genere di affari, droga, armi, prostituzione, titoli, assegni falsi, scommesse, polizze, gioielli; A. C. mi diceva “Impara, perché a settembre toccherà a te”; a volte accadeva che qualcuno di loro, chiedeva chi fossi ed i C. rispondevano tranquillamente “Non vi preoccupate, fa parte della famiglia”.
A differenza dei rapporti che avevo con G. C., improntati sull’insulto giornaliero, che gli propinavo non appena metteva piede al villaggio con quell’aria di fanatico arrogate, di piccolo boss da quattro soldi, con gli altri C. stavo bene attenta a ciò che dicevo e a come mi muovevo; riuscivano in ogni modo ad incutermi timore, sotto quella falsa “signorilità” a dire il vero mascherata assai male, la loro indole vera traspariva e quando questo accadeva, non era piacevole trovarsi nei paraggi.
Evitavo così ogni possibile pericolo di irritarli e cercavo di mostrarmi gentile e ben disposta; G. C. però, pur essendo un arrogante sempre sporco e trasandato nell’aspetto volgare in ogni suo gesto, era molto furbo, rigorosamente logico e naturalmente si era accorto della diversità del rapporto lamentandosene con il resto della “famiglia” alla quale riferiva giornalmente tutti i miei insulti, solo che io, più furba di lui, ero riuscita a convincere gli altri che lui era un bugiardo che cerva di fregarli, cosa che in effetti era sacrosanta verità, infatti in più occasioni mi ripeteva “Non ti fidare di loro, sono feccia, pensano soltanto alle loro tasche, con me invece puoi guadagnare un sacco di soldi, ricordati, mi devi sempre riferire quello che ti dicono”, naturalmente, pur facendoglielo credere, me ne guardavo bene; anzi ne avevo parlato con A. C., raccontandogli anche alcuni episodi di cui il nipote mi aveva riferito con i vari commenti che aveva fatto su di loro, riuscendo così a metterlo in cattiva luce, non solo, ma ottenendo ancora maggiore credibilità agli occhi della “famiglia”.
C’erano momenti in cui non era facile celare il rancore, la rabbia, il risentimento per come erano riusciti a sconvolgere la mia vita; gli insulti che avrei avuto voglia di urlare loro in faccia erano infiniti.
Provavo un tale senso di ribellione da averne paura io stessa; ogni angolo di quel villaggio che mi sembrava oramai sconfinato, si ergeva davanti a me come una prigione a impedirmi ogni via d’uscita.
Ogni tanto salivo in macchina e andavo a cercare un angolo tranquillo dove poter urlare tutto il mio dolore, senza timore di essere sentita da alcuno; mi sforzavo in ogni modo di ritrovare un po’ di coraggio per sfuggire a quell’incubo senza fine che era sempre lì in agguato con la realtà del giorno dopo.
La sera, vestiti a festa arrivavano a bordo delle loro lussuosissime auto, seguiti dalle loro donne ingioiellate e scortati dai Vigili della X° Circoscrizione del Comune di Roma; poi arrivavano i loro ospiti doppiogiochisti, insieme a prostitute, ladri, spacciatori, magistrati e funzionari della Polizia di Stato; bevevano fino a notte fonda mostrando a tutti il loro potere e la loro arroganza.
Alla comitiva si univa spesso A. N., uno dei figli di E. N., quasi sempre scortato da un uomo sui quarant’anni, magro, alto con i baffetti sottili; G. C., una sera mi disse che quell’uomo si chiamava R. P., persona di fiducia di E. N., suo prestanome e corriere per conto dell’organizzazione, nel traffico internazionale della droga.
Sfruttai questa informazione per dimostrare ad A. C., quanto il nipote fosse pericoloso, A., proprio per il fatto di essere uno zingaro, rifugge dalla stupidità e in quell’occasione mi disse “I giovani rovineranno i vecchi, parlano, straparlano, sono pericolosi…” .
Il tono della sua voce, quando pronunciò quelle parole, era pieno di un disprezzo difficile da spiegare, impossibile da comprendere.
Tra gli ospiti dei C. c’era sempre un giovane pregiudicato, si chiamava G. R. , con la droga aveva una notevole dimestichezza e gli faceva concludere ottimi affari nel settore.
Il nove aprile 1996, rividi G. R. in tribunale, al processo d’appello chiesto da G. C.; il R. era in compagnia, ovviamente dei C., e di V. G alias “ ER NASCA” pezzo da novanta della BANDA DELLA MAGLIANA.
Lo rividi successivamente il dieci aprile, quando insieme a M. C., venne a minacciarmi a nome dei C..
Nel luglio dello stesso anno, lessi sui giornali che era stato ucciso a Ostia (RM), da un motociclista che si era accostato alla sua macchina mentre percorreva il lungomare e gli aveva sparato.
Un pomeriggio A. C. mi chiese di organizzargli per quella sera una cena per alcuni ospiti in arrivo dalla Calabria che dovevano incontrarsi con E. N. ed un magistrato; seppi successivamente che il magistrato era A. P..
Mi invitarono a sedermi con loro e proprio uno degli ospiti calabresi alla fine della cena, parlando con V. C., disse che le strutture del villaggio potevano essere divise in due blocchi, un blocco sarebbe stato inviato a Santa Marinella, un altro in Calabria.
Sorpresa chiesi spiegazioni di quanto avevo udito ad Antonio e lui mi disse “Non dire niente, poi ti spiego” seppi più tardi che V. C. aveva fatto credere ai calabresi di essere insieme al fratello, il proprietario del villaggio e gli aveva praticamente venduto tutte le strutture; a quale scopo non lo seppi mai, ma dissi ad A. che nessuno avrebbe smontato mai un solo pezzo di quel villaggio.
Ricordo che la mia reazione non piacque a V. che trovò il modo di vendicarsi, infatti il giorno senza alcun preavviso, il proprietario dell’impianto di amplificazione, smontò tutto mettendomi in grave difficoltà, lì per lì non capii che l’ordine era arrivato da V..
Lo seppi dopo l’arresto di G., perché G. V., nipote del proprietario dell’impianto di amplificazione, tale F. C., venne a trovarmi e nell’occasione mi confessò che sia lui che lo zio avevano lavorato anche per M. Z. ed in qualche modo dipendevano anche dai C.
Al termine della cena, quella sera, mentre gli ospiti dei C. insieme a V. erano seduti in discoteca in compagnia di alcune giovani, arrivate con L. e A. C., evidentemente rendendosi conto di quanto fossi arrabbiata, mi invitò a bere con lui.
Fu così che cominciò a parlarmi dell’amicizia e dei rapporti di affari che da oltre vent’anni legano la famiglia C. a E. N..
Dal suo racconto emergeva l’abilità, la capacità e l’intelligenza di E., che da ex Carabiniere era diventato un abile uomo d’affari, potente e temuto nel mondo della criminalità organizzata.
Dalle parole di A. C., erano evidenti il profondo rispetto e l’ammirazione per quell’uomo che si era fatto dal nulla e che li aveva trasformati da semplici cavallai usurai quali erano in origine, in un vero e potentissimo Clan “ Ne ha fatta di strada” diceva “Me lo ricordo quando non era nessuno e se ne andava in giro su una vecchia moto Galera tutta scassata”.
Mi raccontò che la fortuna di N. aveva avuto inizio quando era entrato in contatto con F., all’epoca famoso corridore di motociclette.
F., avendo necessità di lottizzare alcuni terreni sull’Appia di cui era proprietario, aveva chiesto a N. di fagli da prestanome, E. accettò e quello era stato l’inizio.
Da allora, grazie a F., aveva cominciato a frequentare sempre in qualità di prestanome, certi ambienti che contano, fino a conoscere G. A., al quale cominciò a fare da prestanome per operazioni nelle quali lui non poteva assolutamente apparire.
Vedendo poi che il N. era affidabile, A. lo aveva introdotto in Vaticano dove ha conosciuto P. M. e U. P.; E., sempre dal racconto di A. C., aveva fatto tesoro di quelle conoscenze, intuendo che quel mondo che gli veniva offerto su un piatto d’argento, poteva diventare per lui una esauribile fonte di guadagno.
Divenne così prestanome di uomini legati alla politica, imprenditori, rappresentanti del Vaticano, industriali e allargò a tal punto il giro fino a mettersi in proprio; all’inizio però non aveva quella forza finanziaria indispensabile per mettere in piedi operazioni di un certo livello, dove transazioni di centinaia di milioni si compiono alzando una semplice matita e allora aveva chiesto aiuto a N. C., il capostipite della famiglia che già allora, grazie all’enorme giro di usura e al commercio dei cavalli disponeva di ingenti quantità di denaro, perché lo finanziasse.
N., dopo essersi consultato con il resto della famiglia e dopo aver attentamente valutato le proposte di E., aveva accettato e ben presto quello che all’inizio era sembrato come un semplice finanziamento, divenne un vero e proprio matrimonio di interessi, una vera e propria società.
Il denaro dei C., sempre dal racconto di A., aveva un enorme peso sulla realizzazione degli affari di N. e N. C., che aveva immediatamente capito quali vantaggi la “Famiglia” avrebbe potuto trarre da un simile rapporto, mise a disposizione di E., non solo tutto il denaro di cui questi aveva bisogno, ma tutta la manovalanza che poteva essergli utile.
Nacque così la BANDA DELLA MAGLIANA che fu messa a disposizione di politici e imprenditori con la complicità di alcuni vertici della Polizia di Stato.
Gli affari si sviluppavano, le conoscenze importanti aumentavano, i guadagni crescevano e con essi si sviluppavano e crescevano prestazioni e favori scambievoli, N., per ripagare e ringraziare i C. della preziosa amicizia e della fiducia che gli avevano dimostrato, cominciò ad introdurli negli ambienti che contano.
A. C., chiamava quegli ambienti “LA GIOSTRA DEL POTERE” “ Ci pensi?” mi diceva “Ci trattano tutti come strozzini, ci chiamano zingari cavallai, quando qualcuno nomina i C. li indicano come quelli che danno i soldi a strozzo, oggi tutti si inchinano, tutti ci devono qualcosa, industriali, politici, uomini d’affari, preti, magistrati, poliziotti. Oggi nessuno più osa chiamarci zingari e chi lo fa, se ne pente amaramente. Oggi, noi siamo la mamma e loro sono i nostri figli di puttana che hanno bisogno di latte”.
Quando A. C. parlava di questi argomenti, traspariva la soddisfazione e l’orgoglio per essere entrati a far parte degli ambienti del potere e del rispetto di cui godevano in alto; in quello che mi diceva A. non c’era traccia di falsità, ma una sorta di cinismo accanito e arrogante.
Dopo la costituzione della BANDA DELLA MAGLIANA, sempre dal suo racconto, i C. e N., unirono le loro forze anche nel campo dell’usura; N. si occupava di prestiti a grosse imprese in difficoltà, di finanziamenti per progetti ai quali erano interessati uomini politici, banchieri, gruppi appartenenti alla criminalità organizzata e solo più tardi, grazie all’appoggio di G. A., almeno così mi ha raccontato A., E. assunse il controllo assoluto della CASSA DI RISPARMIO DI ………
Il lungo elenco di conoscenze di E., comprendeva anche il nome del giornalista M. P., sempre bisognoso, come raccontava A., di clisteri di denaro; E., attraverso i numerosi prestiti elargitigli, era riuscito a carpirne la fiducia al punto di farsene un confidente.
Aveva così appreso dal giornalista che il Generale C.A D. C. che gli passava importantissime informazioni, ricattava G. A., tenendolo in pugno per l’uccisione dell’On. A. M..
Secondo P., sempre dal racconto di A., il Generale aveva prove sufficienti a incastrare A. come mandante del rapimento e dell’omicidio dello statista, inoltre il giornalista aveva confidato a N. che A. aveva rapporti con la mafia siciliana e questo lui lo aveva appreso proprio dal Generale, il quale asseriva di avere le prove di quanto diceva.
Anche in questo caso il N. aveva trovato il modo per fare soldi, perché le informazioni che riceveva dal giornalista, in un certo senso le rivendeva, le utilizzava per far tacere i giornalisti che pubblicavano articoli o commenti che andassero contro di lui, oppure le usava per prendere appalti o favori, infatti proprio con G. A., E. aveva costruito un labirinto di società estere, creando in varie parti del mondo un impero finanziario e immobiliare.
Gli stessi C., ammetteva A., erano entrati in quel meccanismo grazie al N., entrando a far parte di quel mondo a loro sconosciuto, attraverso attività e operazioni che spaziavano dal settore immobiliare a quello automobilistico, turistico, alberghiero, a quello della prostituzione, traffico di armi e droga; poi accadde qualcosa ma A. non mi disse cosa, che mise in crisi il rapporto tra P. e N.
A. mi disse che il giornalista, che lui definiva l’infame carogna perché P. aveva dato del Giuda a N.I, perché aveva scoperto che le informazioni che lui gli passava, N. le rivendeva, come lo avesse saputo A. non lo disse, disse però che N. si spaventò e chiese a loro di intervenire “ Andammo da P.” disse A. “ E cercammo di spaventarlo, lo minacciammo, ma non si piegava, non si castigava, diceva di essere in possesso di documenti e prove che avrebbero fatto scoppiare uno scandalo, capimmo che tutta l’organizzazione correva un serio pericolo e con N. prendemmo una decisione: Mino PECORELLI doveva essere eliminato e fu eliminato”
Dopo la morte di PECORELLI, i rapporti con A. e E., si consolidarono ancora di più e dietro la facciata di società insospettabili, nacquero alberghi, fabbricati, stabilimenti, centri residenziali, multiproprietà, centri commerciali, ipermercati, case di cura, ristoranti, compagnie aeree, banche private, società di servizi, società finanziarie e assicurative, tutto intestato a prestanomi assolutamente fidati, come assolutamente fidate erano tutte quelle persone alle quali venivano intestati i conti correnti bancari in istituti italiani ed esteri.
Una vera e propria catena di informatori era stata inoltre creata nei posti che contano come la Motorizzazione Civile, il Comune di Roma, la Rai, la Sip, l’Acea, il Tribunale Penale, il Tribunale Fallimentare, la Suprema Corte di Cassazione, l’Enel, Ministeri, Enti Pubblici e Privati, Questura di Roma, Squadra Mobile, Commissariati di Polizia, Guardia di Finanza, inoltre la complicità di magistrati compiacenti quali C. C., P. D., C. V., A. P., che a loro volta gli avevano creato intorno una indissolubile catena di protettori.
Per quanto fossi interessata ai racconti di A. C., soprattutto perché vivendo la tragedia che vivevo e avendo preso la decisione di fagliela pagare, quanto lui mi raccontava era qualcosa che mi veniva offerto non su un piatto d’argento ma addirittura su un piatto d’oro, non riuscivo a capirne il motivo. Erano fatti gravi, presenti, fatti che se attraverso indagini si fossero rivelati importanti, per loro sarebbe stato assai pericoloso e un giorno decisi di chiederglielo, la risposta che mi diete mi convinse ancora di più di quanto fossero potenti “Ti racconto queste cose” disse “Perché entrando a far parte della famiglia, dovrai pur conoscerci meglio, del resto l’eventualità che tu possa servirti di certe notizie, non mi preoccupa minimamente. Vedi se un giorno decidessi di tradirci, non faresti molta strada per due motivi il primo è che tutti quelli che con noi dividono certi interessi sono talmente potenti che impedirebbero a chiunque di andare oltre una normale indagine senza importanza, sempre che a un’indagine si arrivi, il secondo è che non faresti molta strada perché ti ammazzerei con le mie stesse mani”
Sempre secondo a quello che raccontava A., N. aveva con gli anni, allargato il suo giro d’interessi ovunque e in qualsiasi campo, non solo in Italia ma anche all’Estero, dove tra le tante attività, aveva avviato un colossale giro di droga con il Canada, il Brasile, la Colombia; la merce prima di arrivare in Italia, transitava per il Principato di Monaco, dove E. aveva creato un vero e proprio impero immobiliare attraverso società straniere nelle quali era coinvolto lo stesso P.
Uno dei tanti poteri di E., raccontava A., era il cemento “Ancora oggi che grazie a certi infami sta passando i suoi guai, non si muove niente senza che lui venga interpellato”
A. C., aveva preso l’abitudine di venire al villaggio anche all’ora di pranzo per fermarsi il pomeriggio a bere, mi chiedevo spesso come riuscisse a bere tanto e rimanere sobrio; mi ripeteva che gli piaceva fermarsi lì a parlare con me diceva “Non è facile trovare una buona ascoltatrice e tu lo sei, del resto con chi vuoi che parlo io ? Sono circondato da una massa di ignoranti senza alcuna volontà di emergere”
Passava ore a raccontarmi delle imprese di N. e della sua famiglia e più bevevo e più parlava, sembrava quasi che volesse cancellare la sua inferiorità e quell’emarginazione alla quale comunque era condannato e che gli veniva proprio dal fatto di essere uno zingaro, parlava di come con E., gestissero i rapporti con le tante banche sia in Italia che all’estero, dalla Svizzera all’Inghilterra, dal Lussemburgo al Brasile per non parlare dell’enorme movimento attraverso centinaia e centinaia di prestanomi dei quali si servivano su tutto il territorio nazionale, grazie all’appoggio di Presidenti, Direttori e Funzionari di Banca.
Una delle Banche con le quali questi rapporti erano privilegiati, a parte la CASSA DI RISPARMIO DI……, della quale A. diceva che in un certo senso E. era diventato il proprietario, era la BANCA DI ….che in virtù dell’amicizia e gli interessi con A. e con C.G. ed anche dal sodalizio con l’On. V. S. e G. M., fatto di scambi, di voti elettorali, di protezioni, permetteva loro di poter versare quantità illimitate di assegni post-datati che gli venivano dal giro dell’usura e avere immediatamente in cambio denaro contante.
Quando A. parlava di quello che potevano permettersi con le banche, mi veniva una ribellione sorda nei confronti di quei direttori corrotti che per uno scoperto di duecentomila lire sono capaci di mandarti in protesto un qualsiasi disgraziato che si guadagna il pane onestamente e che alla scadenza dell’assegno ha difficoltà a coprire quella somma da fame, pensav