Eco di Roma - di Enrico Mainero
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Il delitto di via Poma

Il delitto di via Poma è il nome con cui storicamente si ricorda l'assassinio di Simonetta Cesaroni, avvenuto il 7 agosto 1990 nel palazzo di via Poma 2, a Roma, tuttora irrisolto.

Questi sono i protagonisti della vicenda:

Simonetta

Nata a Roma il 5 novembre 1969, Simonetta Cesaroni era una ragazza romana che viveva nel quartiere di Don Bosco, a Roma. Nei primi mesi del 1990 aveva trovato lavoro come segretaria contabile presso la Reli Sas, studio commerciale sito in zona Casilina a Roma. La Reli Sas, che era gestita da Ermanno Bizzocchi e Salvatore Volponi, annoverava tra i suoi clienti la A.I.A.G. Associazione Italiana Alberghi della Gioventù. Salvatore Volponi aveva proposto a Simonetta di prestare lavoro come contabile presso gli uffici dell’A.I.A.G. a partire dal 1 luglio del 1990. La settimana lavorativa di Simonetta si svolgeva quindi il lunedì, il mercoledì ed il venerdì dalle 9.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30 presso la Reli Sas. Nei pomeriggi di martedì e giovedì, invece, dalle 16.00 alle 19.30, doveva recarsi presso gli uffici A.I.A.G., che si trovavano in via Poma 2, quartiere Prati.

La Famiglia Cesaroni

Il padre di Simonetta Cesaroni si chiamava Claudio, lavorava presso l’A.co.tra.l, azienda tramviaria di Roma e provincia. E’ morto il 20 Agosto 2005 a causa di una forma acuta di pancreatite. Sua madre si chiama Anna Di Giambattista. Ha una sorella che si chiama Paola e che nel 1990 aveva un fidanzato, Antonello Barone. Nessuno dei suoi famigliari più stretti era a conoscenza dell’ubicazione degli uffici A.I.A.G. Simonetta, pur avendo ottimi rapporti, non parlava ai suoi famigliari neppure di telefonate anonime provocatorie che riceveva.

La via del mistero

È un complesso di bella fattura costruito negli anni trenta, con un cortile che ha nel centro una fontana. È formato da sei palazzine con i portoni ai lati del cortile e si trova nella zona elegante del quartiere Prati, a pochi passi da piazza Mazzini. Nel 1990 il portiere dello stabile dove deve entrare Simonetta Cesaroni si chiama Pietro Vanacore, detto Pietrino e abita lì con la seconda moglie, Giuseppa De Luca, detta Pina. Gli uffici A.I.A.G. si trovano nella scala B, terzo piano, appartamento numero 7. Pietrino Vanacore lavora nello stabile dal 1986. Nella stessa scala B abita Cesare Valle, architetto che ha disegnato il palazzo e che nel 1990 ha 88 anni. Cesare Valle è anziano, ha bisogno di assistenza e a dargliela è lo stesso portiere dello stabile, Pietrino Vanacore. Nel 1984 nello stabile era stata trovata morta Renata Moscatelli, un’anziana donna benestante, soffocata con un cuscino sul viso. Non fu mai trovato alcun segno di scasso e l’inchiesta che seguì al suo omicidio, non riuscì mai ad accertare chi la avesse uccisa.

I giorni del delitto

La mattina del 7 Agosto 1990 in via Maggi 406, nella sede della Reli Sas, Salvatore Volponi discute delle ferie con Simonetta Cesaroni. Resta come ultimo impegno il pomeriggio da passare all’A.I.A.G. per sbrigare alcune pratiche. Simonetta è d’accordo che verso le 18.20 farà uno squillo a Volponi per dirgli come procede il lavoro. Lui sarà nella tabaccheria che gestisce con la moglie alla stazione Termini. All'incirca alle ore 15.00 Simonetta esce dalla sua abitazione in via Serafini numero 6 insieme a sua sorella Paola a bordo di una Fiat 126C per recarsi alla metropolitana Subaugusta, distante qualche isolato. La metropolitana di Roma impiega circa quaranta minuti nel tragitto che compie Simonetta, ovvero tra la fermata Subaugusta e Lepanto. Calcolando i tempi impiegati nel tragitto in metropolitana e dalla stazione agli uffici di via Poma, gli inquirenti sono arrivati a stabilire che Simonetta sia entrata in ufficio alle 16.00 o poco prima. L’ufficio quel giorno è chiuso al pubblico. Lei usa un mazzo di chiavi che le è stato dato per aprire il portone. Alle 17.35 risale l’ultimo indizio che Simonetta Cesaroni sia ancora viva. Le viene fatta una telefonata da Luigia Berrettini riguardo informazioni sul lavoro. Alle 18.20 ci dovrebbe essere la telefonata a Volponi per aggiornarlo sullo stato dei lavori, ma Simonetta non lo chiamerà. I famigliari la attendono a casa per le 20.00. Alle 21.30 la sorella Paola si preoccupa e cominciano le ricerche. Viene contattato Salvatore Volponi per sapere il numero di telefono degli uffici A.I.A.G. per sincerarsi che Simonetta stia bene. Volponi non conosce tale numero. A questo punto Paola Cesaroni, accompagnata dal fidanzato Antonello Barone, preleva Volponi e suo figlio dalla loro abitazione e insieme i quattro si dirigono nello stabile di via Poma numero 2. Qui, alle 23.30 circa, si faranno aprire il portone degli uffici A.I.A.G. dalla moglie del portiere e troveranno Simonetta morta.

7 Agosto 1990 in via Poma 2

Dalle 16.00 alle 20.00 i portieri degli stabili di via Poma numero 2 si riuniscono nel cortile a parlare e mangiare cocomero, come riferiranno agli inquirenti. Saranno tutti concordi nel riferire che non hanno visto entrare nessuno dall’ingresso principale in quell’orario. Dopo le 17.35, ultimo contatto di Simonetta, inizia la tragedia. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, c’è con ogni probabilità un uomo negli uffici A.I.A.G. ed è pericoloso, perché Simonetta gli sfugge, dalla stanza a destra dove lavora, fino a quella opposta a sinistra, dove verrà ritrovata. Qui viene immobilizzata a terra, qualcuno è in ginocchio sopra di lei e le preme i fianchi con le ginocchia con tanta forza che le lascerà degli ematomi. La colpisce con un oggetto, oppure le sbatte la testa violentemente a terra, ad ogni modo per via di questo trauma cranico Simonetta muore. A questo punto l’assassino prende un tagliacarte e inizia a pugnalarla a ripetizione. Saranno 29 alla fine i colpi inferti, di circa 11 centimetri ciascuno di profondità. Sei sono i colpi inferti al viso, all’altezza del sopracciglio destro, nell’occhio e poi nell’occhio sinistro. Otto lungo tutto il corpo, sul seno e sul ventre. Quattordici dal basso ventre al pube, ai lati dei genitali, sopra e sotto. Il killer dopo l’omicidio, pulisce il lago di sangue scorso per tutta la stanza con degli stracci, che poi strizzati saranno trovati nel bagno dell’ufficio. A controlli approfonditi, non mostreranno tracce di sangue, però. Gli abiti di Simonetta, fuseaux sportivi blu e maglietta, vengono portati via assieme a molti effetti personali che non saranno mai ritrovati, tra cui un anello d’oro, un bracciale d’oro e un girocollo d’oro, mentre l’orologio le viene lasciato al polso. Lei viene lasciata nuda, con il reggiseno allacciato, ma calato verso il basso, con i seni scoperti, il top arrotolato sul collo. Non ha le mutandine, porta addosso ancora i calzini bianchi corti, mentre le scarpe da ginnastica sono riposte ordinatamente vicino la porta. Le chiavi dell’ufficio che aveva in borsa vengono portate via, e saranno usate per chiudere il portone.

La scena del delitto

Simonetta Cesaroni, venti anni e mezzo, ragazza bruna, è stesa nuda negli uffici della A.I.A.G. di via Poma numero 2. Sul petto porta vistosi segni delle coltellate intrise al sangue, altri colpi su giugulare, cuore, aorta, fegato e occhi. Le coppe del reggiseno le comprimono i seni, una fa vedere un capezzolo per intero, l’altra a metà. Su quel capezzolo, c’è una ferita che sembra un morso. Nella porta d’ingresso della stanza del delitto viene ritrovato del sangue sulla maniglia. Il sangue analizzato dirà che appartiene ad un uomo. Nella altre stanze non vi sono tracce di colluttazione, tutto è ordinato e non c’è alcun segno che possa far pensare che il corpo sia stato trascinato dove si trova. Gli inquirenti credono che nella stanza dove Simonetta viene trovata, si è consumato il delitto. Viene comunque rilevata una minima traccia di sangue anche nella stanza di Simonetta, sulla tastiera del telefono. Sempre nella stanza di Simonetta, viene rinvenuto anche un appunto, su un pezzo di carta. C’è scritto “CE” poi c’è disegnato un pupazzetto a forma di margherita e in basso a destra, c’è scritto “DEAD OK”. Nel 2004, i RIS rinverranno tracce di sangue nel lavatoio sopra il palazzo di via Poma ed esamineranno quelle ritrovate nell’ascensore. Nel 2006 il top trovato arrotolato sul collo di Simonetta sarà analizzato e verrà stabilito che contiene DNA sotto forma di saliva. È del fidanzato Raniero Busco. Il popolare giornalista Enrico Mentana, nel gennaio 2007, infomando in diretta TV a chi corrisponde la traccia di saliva e dando i nomi di altri sospetti, sarà querelato dal pm Cavallone che segue le indagini.

L’autopsia

Simonetta Cesaroni è stata colpita da un’arma bianca da punta e taglio, con lama bitagliente, ma non dotata di azione recidente. I lati della lama sono bombati, curvi, non appuntiti, la penetrazione è avvenuta per la pressione inflitta e per la punta aguzza. Il corpo è disteso sul pavimento, capo spostato verso la destra, braccio sinistro esteso verso l’alto, braccio destro piegato leggermente, con le dita della mano flesse, ad artiglio. Rivoli di sangue scorrono verso le spalle, verosimilmente per deflusso, che testimonierebbe l’avvenuto accoltellamento quando era già stesa in terra. Alle spalle un’ampio versamento di sangue ai cui bordi sono trovate impronte rosacee nastriformi. L’emivolto destro è omogeneamente bluastro, una infiltrazione ecchimotica con componente tumefattiva. Il padiglione auricolare della stessa zona del volto appare anch’esso tumefatto da ecchimosi bluastra. Il volto presenta sei ferite della stessa arma bianca, ferite curve e oblique in corrispondenza delle strutture ossee orbitali. Una ferita al collo è trasfossa, entrata e uscita. Sono otto le ferite in zona toracica e quattordici quelle in zona pubico genitale. Non risulta alcun segno di violenza sessuale. Escoriazione profonda presente sul capezzolo sinistro. Le mani sono pulite, le unghie sono lunghe, curate e intatte, niente segni di graffi dati. Non sono trovati alcol né stupefacenti nel corpo. Non viene indagata una ferita particolare, sotto ai genitali, di tipo bifida, ovvero con un’estremità, quella inferiore, doppia, a forma di Y rovescia. Non vengono analizzati eventuali ritrovamenti di saliva attorno al capezzolo sinistro, posto che la sua escoriazione sia dovuta ad un morso.

Le indagini

Pietrino Vanacore

La mattina dell’8 Agosto 1990 la polizia sveglia tutti i condomini dello stabile di via Poma 2. Vengono interrogati i portieri, il caso punta verso una soluzione semplice. I quattro portieri assieme ai loro famigliari sostengono di essere rimasti attorno alla vasca del cortile per tutto il pomeriggio del 7 Agosto, dalle 16.00 alle 20.00. Stando a ciò che dicono nessuno è potuto entrare nella scala B senza essere notato. I poliziotti setacciano l’intero palazzo alla ricerca degli indumenti che mancano a Simonetta, ma non trovano niente. Gli investigatori ricostruiscono i fatti. Dalle testimonianze si deduce che Simonetta è sola il 7 Agosto 1990. La sorella l’ha lasciata alla metropolitana, lei è andata in ufficio come programmato, nessuno è stato visto entrare nella scala B e l’ultimo contatto risale alle 17.35 per la telefonata di lavoro. Da ciò che gli psicologi della polizia hanno constatato sulla scena del delitto, l’assassino presumibilmente avrebbe tentato di violentarla, ma all’atto non è riuscito ad avere un'erezione e in questo status di frustrazione ha sfogato con colpi violenti la sua ira. Resosi conto dell’accaduto, ha tentato di pulire tutto, riordinare l’ufficio e far sparire il corpo. Qualcosa o qualcuno lo hanno interrotto. Dalle voci raccolte dalla polizia, Pietrino Vanacore non era con gli altri portieri giù nel cortile nell’orario che va dalle 17.30 alle 18.30, cioè l’orario in cui Simonetta è stata uccisa. C’è uno scontrino sospetto, Vanacore ha comprato dal ferramenta, alle 17.25 un frullino. È testimoniato che alle 22.30 Vanacore si è diretto a casa dell’anziano architetto Cesare Valle, che si trova più su dell’ufficio incriminato, per fornirgli assistenza. Cesare Valle però dichiara che il portiere è arrivato a casa sua alle 23.00. Questa mezz’ora di intervallo tra le due testimonianze, porta gli investigatori a sospettare del portiere cinquantacinquenne. In un paio di suoi calzoni vengono trovate macchie di sangue. Nella scala B il pomeriggio del 7 Agosto 1990 ci sono solo due persone, Cesare Valle e Simonetta Cesaroni. Nessun estraneo è stato visto entrare. Vanacore, il portiere dello stabile B, si assenta dalle 17.30 alle 18.30, orario dell'omicidio. Questa per gli inquirenti è la soluzione del caso. Pietrino Vanacore passa 26 giorni in carcere, poi il suo avvocato convincerà i giudici a farlo uscire. Ad un esame approfondito, le tracce di sangue sui pantaloni risultano essere delle stesso Vanacore, che soffre di emorroidi. Inoltre viene sostenuta la tesi che chiunque abbia pulito il sangue di Simonetta, si sia sporcato gli abiti dello stesso. E poiché Vanacore ha indossato gli stessi abiti per tre giorni di fila - dal 6 Agosto all'8 Agosto 1990 - ed essi sono esenti del sangue di Simonetta, allora non può essere stato lui. Le circostanze assai sospette lo fanno rimanere l’obiettivo numero uno della polizia, ma accertamenti sul DNA del sangue ritrovato sulla maniglia della porta della stanza dove è stato rinvenuto il corpo, scagioneranno ulteriormente Pietrino Vanacore.

Federico Valle

Nel marzo del 1992 un austriaco di nome Roland Voller afferma di sapere chi ha ucciso Simonetta Cesaroni. Racconta che nel maggio 1990, durante una telefonata in una cabina telefonica, a causa di un malfunzionamento è stato messo accidentalmente in contatto con una donna anch'essa al telefono. Chiarito l’incidente tra i due nasce una amcizia. Lei è Giuliana Ferrara, da sposata si faceva chiamare Giuliana Valle perché è la ex moglie di Raniero Valle, il figlio dell'architetto 88enne Cesare Valle che risiede nel condominio di via Poma. Giuliana confessa a Voller d essere preoccupata poiché suo figlio Federico soffre per il divorzio e non mangia. Il 7 Agosto 1990 alle 16.30 Voller e Giuliana Ferrara si parlano al telefono e lei mostra forti preoccupazioni per il figlio, che è andato a fare visita al nonno Cesare Valle in via Poma, ma non torna. La sera dello stesso giorno i due si parlano nuovamente, lei è sconvolta perché Federico è tornato sporco di sangue dappertutto e ha un taglio alla mano. Giuliana dopo pochi giorni, decide di interrompere le conversazioni con Voller. La testimonianza di Voller è l’unica novità in due anni di vuoto e gli inquirenti indagano il giovane Federico Valle. L’ipotesi lo vuole accecato dalla love story che suo padre avrebbe con la giovane ventenne Simonetta Cesaroni. Federico Valle si rivolge al suo legale e proclamandosi estraneo ai fatti, dispone che venga esaminato il suo sangue. Pubblicamente Giuliana Ferrara Valle smentisce Roland Voller. Asserisce di conoscerlo, ma di non essersi mai confidata con lui e di non avergli mai parlato al telefono in data 7 Agosto 1990. Intanto il test del DNA scagiona Federico Valle, non è suo il sangue sulla maniglia. Tre persone gli forniscono un alibi, suo padre afferma di non conoscere Simonetta Cesaroni ed esclude una love story. Il magistrato Catalani, che ha in mano l’inchiesta, decide di proseguire ordinando una perizia sul corpo di Federico Valle, affinché siano individuate cicatrici o tagli che possano testimoniare la difesa di Simonetta. Alcuni esperti affermano che il sangue sulla maniglia corrisponde ad un DNA diverso da quello di Federico Valle. Altri dicono che potrebbe essere una commistione del sangue di Valle e di quello di Simonetta, sebbene in dosi particolari. Altri ancora, fugano ogni dubbio, non è di Valle il sangue sulla maniglia. Il dentista del ragazzo e la sua segretaria dicono di essere entrambi a conoscenza della ferita, ma non sarà trovato alcun segno di chirurgia plastica atta a nascondere cicatrici. Entra nuovamente in scena Vanacore, stavolta nei panni del complice. L’ipotesi è che sia stato chiamato da Cesare Valle dopo l’assassinio, per pulire tutto e far sparire il corpo, in modo da proteggere il nipote e non creare uno scandalo. Vanacore smentisce e mancano le prove. Il pm Catalani cerca di perseguire Federico Valle, ma le prove sono insufficienti per procedere e con questa formula, il giovane è prosciolto da ogni accusa nel giugno del 1993. Roland Voller si scoprirà essere un truffatore di professione che ha contatti con l'alta finanza, diventato poi informatore della polizia di Roma in cambio di piccoli favori. Le informazioni che ha venduto su via Poma, però, si rivelano false. Finisce così il delitto di Simonetta Cesaroni, senza alcun'altra indagine su un altro probabile assassino. La vicenda rimane una delle sconfitte più dure della questura di Roma, che si unisce ad altri due delitti perfetti, quelli della contessa Alberica Filo della Torre, nel luglio 1991, e di Antonella Di Veroli, nel 1994.

Da ultimo: ci sarebbe una nuova perizia, secondo la quale Simonetta, invece di esser stata uccisa fra le 17 e 30 e le 18, sarebbe stata uccisa fra le 15 e 30 e le 16. Se questa perizia fosse vera, cambierebbero tutti gli orari dei vari spostamenti. E, in più: con chi avrebbe parlato alle 17.30 al telefono la Berrettini? Rimane il mistero. Il mistero di un delitto ancora senza un movente definito; particolarmente efferato; compiuto da una mano che a tuttora rimane nascosta.

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