Eco di Roma - di Enrico Mainero
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Le vicende della Banda della Magliana

Banda della Magliana è il nome attribuito dal giornalismo italiano a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale che abbia mai operato a Roma. Il nome deriva da quello del quartiere Magliana di cui molti dei componenti erano originari.

A questo gruppo criminale vennero attribuiti legami con diversi tipi di organizzazioni quali Cosa Nostra, Camorra, 'Ndrangheta, ma anche con esponenti del mondo della politica come Licio Gelli e la Loggia P2, nonché estrema destra eversiva e servizi segreti.

Questi legami, sotterranei rispetto alle normali attività criminose della banda (traffico di droga, sequestri e scommesse ippiche) e spesso non chiariti, hanno fatto balzare il gruppo alle cronache storiche degli anni di piombo, legandone le sorti a questi casi della cronaca nera italiana:

* Omicidio di Carmine Pecorelli
* Omicidio di Aldo Moro
* Attentato a Roberto Rosone
* Caso Roberto Calvi
* Ritrovamento dell'arsenale custodito nei sotterranei del Ministero della Sanità
* Depistaggi nell'inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna

Inoltre, i rapporti (ancora non chiariti) di alcuni componenti con la scomparsa di Emanuela Orlandi, appendice misteriosa dell'attentato a Papa Giovanni Paolo II, furono solo alcuni dei fatti per cui la Banda della Magliana in un modo o nell'altro è passata al vaglio degli investigatori.

Storia

Nascita della banda


Nel 1976 Franco Giuseppucci (detto prima er Fornaretto e in seguito er Negro) - uno dei futuri componenti della banda - è un piccolo criminale del quartiere di Trastevere: nasconde e trasporta armi per conto di altri criminali. Un giorno, con l'auto carica di armi, si ferma davanti ad un bar per prendere un caffè; fatalità vuole che quell'auto gli venga casualmente rubata. Le armi contenute nel bagagliaio della Volkswagen sono di un suo amico, Enrico De Pedis alias Renatino, un rapinatore che gode di buon rispetto all'interno della malavita romana.

Giuseppucci trova il ladro che gli ha sottratto l'auto, ma le armi sono state vendute ad un gruppo di rapinatori appena formatosi nel nuovo quartiere romano della Magliana. Giuseppucci decide allora di andare a parlare con quelli di via della Magliana, in particolare cerca e trova Maurizio Abbatino detto Crispino, un giovane rapinatore dal sangue freddo che aveva acquistato le armi. I due, stranamente, si accordano per compiere alcuni colpi; nel gruppo rientrano anche De Pedis e gli altri della Magliana.

Da semplice associazione di rapinatori, il patto prende la forma di una potenziale organizzazione per il controllo della criminalità romana, nella quale iniziano a lavorare anche criminali di altre zone: Marcello Colafigli, Edoardo Toscano detto l'Operaietto e Claudio Sicilia detto er Vesuviano per le sue origini.

Il loro primo lavoro, il 7 novembre 1977 sarà un sequestro, quello del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, che però finirà male. Per l'inesperienza nel campo, Giuseppucci e gli altri non riescono a gestire la situazione e devono chiedere aiuto ad un altro gruppo criminale (una piccola banda di Montespaccato), un componente del quale, per distrazione, si fa vedere in faccia dal duca, che per questo verrà ucciso.

Riescono, comunque, ad incassare il riscatto, lo dividono con l'altro gruppo ed invece di risuddividere la loro quota, decidono di reinvestirla in nuove attività criminali.

Da qui, l'unione con altri gruppi romani: uno del quartiere Tufello con a capo Gianfranco Urbani (er Pantera), uno di Ostia con a capo Nicolino Selis che ha forti legami con la Camorra e i Testaccini, un violento gruppo di Testaccio comandato da Danilo Abbruciati, er Camaleonte.

Nasce così la Banda della Magliana.

La conquista del potere


« "Roma è nelle nostre mani", si dicevano l'un l'altro i nuovi boss, spavaldi e col sorriso sulle labbra, interessati solo ad allargare il controllo sulla città e a entrare in nuovi affari, incuranti di chi ci fosse dietro. La droga poteva arrivare e andare indifferentemente a uomini della mafia, della camorra, della 'ndrangheta, dell'eversione nera, di organizzazioni mediorientali. Agli ex rapinatori cresciuti nelle batterie di quartiere, passati al giro più grosso delle bische e delle scommesse clandestine e diventati in pochi anni impresari di morte attraverso il traffico di droga, non interessava servire ed essere serviti da questa o quella banda »

(da Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi)

Il motivo per cui un gruppo riesce a raggiungere per la prima volta il controllo di una metropoli come Roma è da cercarsi nei metodi che la Banda della Magliana introdusse nel panorama capitolino. Primo fra tutti, gli omicidi.

Dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni settanta la criminalità romana era divisa in quartieri: ognuno controllava la propria zona dove mantenere il potere era semplice. Non che non si commettessero omicidi, ma le pistole si usavano molto raramente e nessuno di essi veniva premeditato per il mantenimento o la conquista del potere. Quelli della Magliana, invece, vollero allargare il controllo a tutta la città e per farlo usarono sistematicamente le pistole, eliminando gli oppositori alla loro espansione e contemporaneamente incutendo timore a chi avesse voluto intromettersi nella crescita della banda.

«Eravamo i più potenti, perché eravamo gli unici che sparavano», avrebbe detto anni dopo in un'aula di tribunale uno di loro.

La prima e la più celebre delle cancellazioni ad opera del gruppo, fu quella di Franco Nicolini detto Er criminale, che controllava il mondo orbitante attorno alle scommesse ippiche. Gli affari della Banda della Magliana, dalle semplici rapine, passarono in poco tempo ai sequestri, alle scommesse ippiche appunto, ai colpi ai caveau e soprattutto al traffico di droga, affare per cui era necessario avere un controllo capillare del territorio.

La banda estendeva la sua influenza nelle zone di Trastevere-Testaccio, della Magliana, di Acilia-Ostia e del Tufello-Alberone. Nella zona di Trastevere-Testaccio si muovevano gli uomini di Danilo Abbruciati, implicato soprattutto nel riciclaggio del danaro sporco, grazie ai suoi rapporti con Flavio Carboni, Roberto Calvi e Francesco Pazienza. Con gli stessi operava Domenico Balducci, legato a sua volta al noto mafioso Pippo Calò. La zona della Magliana era sotto il controllo degli uomini di Giuseppucci, in cui militavano personaggi quali Marcello Colafìgli, Maurizio Abbatino, Antonio Mancini, Claudio Sicilia, ecc. La zona di Acilia-Ostia, era in mano al gruppo di Nicolino Selis, che si avvaleva di uomini come i fratelli Carnovale, Ottorino Addis, Libero Mancone e Gianni Giraldo. Nella zone del Tufello-Alberone spiccava la figura di Gianfranco Urbani, anche se il gruppo criminale presentava una minor omogeneità rispetto ai precedenti. Urbani favorì i rapporti con il clan di Nitto Santapaola e con la 'Ndrangheta calabrese, grazie alla cosca De Stefano, operante a Reggio Calabria, capeggiata all'epoca dal defunto boss Paolo De Stefano.

Organizzazione

La Banda della Magliana, a differenza di altri nuclei criminali organizzati, come la Camorra o Cosa Nostra, non presentava un'organizzazione piramidale: non aveva infatti un solo capo, ma diversi, divisi in gruppi, che spesso lavoravano anche singolarmente e senza la necessità che gli altri lo sapessero. I proventi dei crimini erano però divisi sempre in parti uguali, ogni membro riceveva la cosiddetta Stecca, una sorta di dividendo indipendente dal lavoro svolto in quel periodo che anche i membri detenuti continuavano comunque a ricevere attraverso la famiglia. I vari componenti erano comunque tenuti a partecipare all'attività criminale: anche quando alcuni di loro divennero veramente ricchi, girando su Ferrari con Rolex al polso, continuarono ad essere degli operai del crimine.

Inutile dire che appartenere alla Banda della Magliana significava anche non poter sgarrare: un errore avrebbe potuto facilmente costare la vita.

I rapporti con l'estrema destra

Alcuni dei capi della banda erano simpatizzanti di destra, in particolare Franco Giuseppucci, Maurizio Abbatino e Alessandro d'Ortenzi.

I primi legami con i gruppi neofascisti li ebbero attraverso il professor Aldo Semerari, celebre criminologo leader del gruppo Costruiamo l'azione, che durante l'estate del 1978 organizzò diversi incontri politici nella sua villa di Rieti a cui parteciparono anche i componenti simpatizzanti della Banda della Magliana.

Semerari intendeva sfruttare la banda come braccio armato del gruppo politico che andava formando ma questa era già una matura organizzazione criminale che difficilmente si sarebbe fatta appaiare da fumosi progetti senza un immediato ricavo materiale.

Dagli incontri uscì solo un accordo pratico: la Banda della Magliana avrebbe finanziato il suo gruppo in cambio di perizie psichiatriche "su misura" effettuate dal criminologo per i frequenti arresti che la banda subiva.

Aldo Semerari era anche un esponente della loggia massonica P2 ed aveva forti legami con il SISMI, legami e conoscenze che trasferì velocemente a quelli della Magliana.

Il sodalizio durò poco perché Semerari aveva preso accordi simili anche con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo.

Semerari fece l'errore di accordarsi anche con l'organizzazione rivale di Cutolo, la famiglia di Roberto Ammaturo, e alla Nuova Camorra Organizzata questo non piacque. Oltre a ciò, il professore rimase implicato nelle indagini della procura di Bologna relative alla strage del 2 agosto 1980 (85 morti e più di 200 feriti).

Incarcerato per breve tempo, Semerari diede segni di cedimento psicologico, prospettando ai magistrati una sua ampia collaborazione in cambio della libertà. Scarcerato ad inizio marzo del 1982, il criminologo iniziò a temere per la propria vita, parlandone prima con la propria segretaria (anch'ella successivamente ritrovata uccisa) e poi con il proprio referente del SISMI, tale Roberto Era: costui informò il suo diretto superiore, il colonnello Demetrio Cogliandro, il quale parlò della cosa all'ex direttore del Servizio, Generale Giuseppe Santovito che - benché fosse stato destituito in seguito allo scandalo P2 - disse che avrebbe risolto la faccenda di persona.

A fine marzo, mentre si trovava a Napoli, Aldo Semerari scomparve. Il 1 aprile 1982 il suo corpo venne ritrovato decapitato ad Ottaviano (NA) nel bagagliaio di un'auto, con la testa posta dentro una bacinella sul sedile anteriore.

Nuclei Armati Rivoluzionari

Ma il primo vero sodalizio tra la Banda e i gruppi di estrema destra si ha con i giovani dei Nuclei Armati Rivoluzionari, attraverso Massimo Carminati, un giovane neofascista che frequentava lo stesso bar di Giuseppucci e Abbatino. Carminati divenne presto il pupillo del clan della Magliana e con lui strinsero legami altri ragazzi dei NAR come Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.

I due gruppi allacciarono stretti rapporti di collaborazione.

La banda principalmente riciclava il denaro sporco proveniente dalle rapine con cui i NAR si finanziavano ed in cambio i ragazzi neofascisti effettuavano lavori di manovalanza come riscuotere i crediti dell'usura o trasportare droga.

La collaborazione però, che ha suscitato i maggiori misteri, fu la gestione comune delle armi: mitra, bombe, fucili ritrovati sorprendentemente nei sotterranei del Ministero della Sanità.

Omicidio Pecorelli

All'interno del covo nel sotterraneo del Ministero, vengono ritrovate anche cartucce di una marca particolare - Gevelot - difficilmente trovabili sul mercato. Apparentemente non vi era nulla di strano, ma quattro proiettili dello stesso tipo, appartenenti allo stesso lotto e con lo stesso grado d'usura del punzone che marca la punta, vennero utilizzati per un omicidio particolare.

La vittima era Mino Pecorelli, direttore di un'agenzia di stampa specializzata in scandali politici, e del delitto saranno successivamente accusati Giulio Andreotti e Claudio Vitalone, poi assolti.

Al processo emergerà un chiaro coinvolgimento della banda nel delitto, anche se Massimo Carminati, imputato di aver commesso materialmente l'omicidio sarà poi assolto. Dal processo emerse anche - secondo i giudici - «la prova di rapporti tra Claudio Vitalone e la banda della Magliana in persona di Enrico De Pedis». A parere dei magistrati però «gli elementi probatori non sono univoci» e non permettono «di ritenere riscontrata la chiamata in correità fatta nei suoi confronti». Insomma, Vitalone aveva rapporti con l'organizzazione criminale ma non ci furono prove abbastanza evidenti dal punto di vista penale.

Il declino

Il primo, grave contraccolpo all'organismo della Banda avvenne ad inizio anni '80, quando si sviluppò una sanguinosa faida all'interno della malavita romana tra questa ed il clan criminale della famiglia Proietti.

Vittima eccellente di questa guerra fu Franco Giuseppucci, ucciso a Trastevere a colpi di arma da fuoco, da parte di esponenti del Clan della famiglia Proietti, detti "i pesciaroli" per via della loro attività commerciale, una famiglia molto numerosa e molto vicina a quel Franchino er Criminale, abbattuto dai componenti della Magliana all'ippodromo delle Capannelle.

All'inizio la morte di er Negro fu un pretesto per scatenare una guerra contro il clan dei pesciaroli, conclusa la quale (con gravissime perdite riportate da parte del clan Proietti) segnò però l'inizio della disgregazione della Banda: da quel momento i due gruppi prevalenti - i Testaccini di Abbruciati e De Pedis da una parte, quelli della Magliana guidati da Abbatino dall'altra - entrarono in una fase di continua tensione, stante comunque la predominanza sul piano affaristico dei Testaccini.

Nell'aprile del 1982 Abbruciati si incaricò di eseguire un atto di intimidazione ai danni del vicepresidente del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone: il malvivente, nonostante nel proprio tentativo inceppò inizialmente la propria arma, gambizzò il banchiere ed il suo autista, ma durante la fuga in moto venne freddato alle spalle da alcuni colpi di pistola esplosi da una guardia giurata.

Sempre più compromesso con mafiosi (Calò) e massoni deviati (Gelli, Pazienza), De Pedis si ritrovò solo nel conflitto che ormai lo contrapponeva a Crispino. Mentre i capi dell'organizzazione e diversi aderenti ad essa venivano arrestati e condannati in tribunale, uno di essi, il falsario Antonio Chichiarelli detto Tony - già coprotagonista di risvolti inquietanti dei delitti Moro e Pecorelli - pianificò ed attuò una spettacolare rapina al deposito blindato della Brink's Securmark, che fruttò ai criminali un bottino di diversi miliardi di lire (il Chichiarelli stesso lasciò poi sul luogo del delitto alcuni oggetti che richiamarono l'attenzione degli inquirenti sugli omicidi Moro, Pecorelli e Varisco). Il falsario però non ebbe il tempo di godersi il frutto del proprio atto criminoso, in quanto un killer rimasto ignoto lo uccise con nove proiettili pochi mesi più tardi.

Colpita al cuore dagli omicidi e dal lavoro della magistratura, la Banda della Magliana si avviò verso il tramonto: mentre De Pedis andava incontro al suo tragico destino (vedi seguito), si segnalarono i primi casi di pentitismo, con le defezioni di Abbatino, Mancini e di Fabiola Moretti (ex donna di Abbruciati, specialista dell'organizzazione nella raffinazione e qualificazione dei narcotici).

Enrico De Pedis sepolto a Sant'Apollinare

L'ultimo capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, venne ucciso il 2 febbraio 1990. Ultimo grande boss della gang romana, trasteverino puro sangue, proprietario di note trattorie, Renatino fu ucciso in pieno giorno in via del Pellegrino, tra la folla del mercato di Campo de' Fiori. Tumulato inizialmente al Verano, fu poi sepolto in grande riservatezza, il successivo 24 aprile, nella Basilica di Sant'Apollinare, dove si era sposato nel 1988: riguardo particolarissimo, che quando fu risaputo diede molto da parlare ai cronisti.

A Renatino i soldi non mancavano: con l'operazione "Colosseo" la polizia sequestrò ai boss della Magliana ottanta miliardi di beni mobili e immobili, un fiume di denaro sporco, frutto di riciclaggio del traffico di armi e droga, poi reinvestito in affari e appalti resi possibili dagli appoggi politici, di alto livello.

Bibliografia

* Gianni Flamini. La Banda della Magliana. Milano, Kaos, 2002. ISBN 8879531115
* Otello Lupacchini. Banda della Magliana: alleanza tra mafiosi, terroristi, spioni, politici, prelati.... Roma, Koine nuove edizioni, 2004. ISBN 88-875-0943-3.
* Giovanni Bianconi. Ragazzi di malavita. Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2005. ISBN 8884905168
* Giancarlo De Cataldo. Romanzo criminale.
* Adolfo Drago. Magliana 70.
* Antonio Mancini con Federica Sciarelli. Con il sangue agli occhi. Un boss della banda della Magliana si racconta. Rizzoli, 2007. ISBN 8817015882.

Filmografia

Sulla banda della Magliana sono anche stati girati due film:

* Fatti della banda della Magliana, regia di Daniele Costantini (2005)
* Romanzo criminale, regia di Michele Placido (2005)

fonte wikipedia.it

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