Eco di Roma - di Enrico Mainero
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Pelosi conosceva già Pasolini

L' intervistatrice chiede un ricordo (una frase, un gesto, uno sguardo) di Pasolini. E Pino Pelosi ricorda il «gesto che… che si levava gli occhiali». Lo ha visto spesso quel gesto, non solo la notte all'Idroscalo di Ostia, fra il 1¢ªe il 2 novembre 1975? Pelosi non risponde. Ma continua così: «Poi che mi ricordo? La sua voce così… persuasiva… era una persona colta affabile io non ho mai parlato male di lui neanche quando ho detto che mi sono difeso… ma io non ho mai parlato male…. poi diceva Dr Jekyll e Mr Hyde, lui stesso si definiva così. (…) Un giorno mi portò un libro in cui si definiva lui stesso uno che a volte cambiava come Dr Jekyll e Mr Hyde». Giuseppe Pelosi, il ragazzo che vide per ultimo in vita Pier Paolo Pasolini, che confessò di averlo ucciso e per quel delitto si prese la condanna a 9 anni di carcere, parla con Roberta Torre, la regista che sta realizzando un film-reportage sulle borgate romane. Senza mai dirlo apertamente («No comment… io sto scrivendo la mia verità… ci sono cose che non ti posso rivelare adesso. Quando sarà il momento ») fa intendere che tra lui, che allora aveva 17 anni, e Pasolini c'era stato qualcosa di più di un incontro, il primo e l'ultimo. Quello cominciato con lui che sale sull'Alfa Gt di Pasolini in Piazza dei Cinquecento, che ha fame (si fermano al ristorante Biondo Tevere dove mangia solo lui: «ajo ojo e peperoncino e mezza birra») per poi finire a Ostia, sui prati sporchi dell'Idroscalo. Pasolini gli aveva portato un suo libro, quindi è logico pensare che si fossero visti più di una volta. Pelosi aggiunge altre notazioni: che Pasolini aveva una voce «come una melodia». E a proposito di quella voce ricorda: «Per me era dolce la sera che l'ho conosciuto… l'ultima cena che abbiamo fatto». Dice proprio «l'ultima cena», vuol dirci forse che ce n'erano state altre? Che per lui Pasolini non era uno sconosciuto come ha sempre dichiarato? Che il poeta e Pelosi si conoscessero già, furono in molti a pensarlo e scriverlo allora; Nico Naldini, cugino del poeta, in Come ci si difende dai ricordi (2005) scrive che Pelosi era già andato qualche sera prima con un suo amico architetto. Pelosi però ha sempre mantenuto la versione originale: non si erano mai conosciuti prima.



Pino Pelosi
ANGELO NERO - Fra menzogne e reticenze Pelosi — oggi, a 50 anni, vive al Tiburtino III in uno scantinato pieno di fotografie, fa un «lavoro socialmente utile», spazza i giardinetti — continua a rimandarci a una sua verità che, al momento giusto, verrà fuori. Dieci anni fa, nel libro scritto con Gianfranco Di Leo ( Io, angelo nero, ed. Sinnos, postfazione di Dacia Maraini), non era ancora il momento: in quelle pagine non c'era niente di nuovo. Ma nel 2005 ha cominciato a fare rivelazioni. In un'intervista a Franca Leosini per Ombre sul giallo, il programma di RaiTre in onda il 7 maggio, ritratta la sua confessione. Dice che non fu lui a uccidere il poeta; che fu massacrato da tre uomini arrivati all'Idroscalo di Ostia su una Fiat targata Catania; che lui provò a difenderlo, fu picchiato, e che quelli infierivano su Pasolini urlando «sporco comunista». Se non ha parlato prima, è stato per paura del male che «quelli» potevano fare alla sua famiglia. Gli amici del poeta e l'avvocato di parte civile Nino Marazzita chiedono la riapertura del caso. Parla anche Sergio Citti, regista, amico di Pasolini, che dice che erano in cinque gli assassini del poeta, attirato in una trappola con la scusa di recuperare le pellicole rubate di Salò. Ma i giudici archiviano la richiesta di riapertura del processo. Ora, di nuovo, in questi giorni, l'avvocato Marazzita torna a chiedere che il caso sia riaperto. Ha preparato anche lui un documentario. Intanto, da Rizzoli, esce un libro di Luciano Garofano, il colonnello dei Ris di Parma ( Delitti e misteri del passato), che scrive che «il caso Pasolini non può considerarsi chiuso ». La grande quantità di reperti — conservati al Museo Criminologico di Roma — se esaminati con le tecniche di oggi, possono aiutare finalmente a fare luce su quel delitto.

UN FANTASMA DI BORGATA «La prima volta che ho incontrato Pelosi è stato circa un anno fa. Mi ci aveva portato Gianluca Cacciagrano, con cui collaboro per il film-reportage sulle borgate romane. A un certo punto Pelosi ci dice: "La cocaina non ha più un sapore soave". Quell'aggettivo mi fa un grande effetto. L'impressione che ho è quella di trovarmi davanti a una persona "parlata" da qualcun altro, abitata da un fantasma che a intermittenza ritorna nel suo linguaggio. In seguito, nelle conversazioni successive, dirà che la voce di Pasolini era "come una melodia", era "un tono soave". La prima idea che ci viene è di fare un lavoro teatrale su Pelosi e il fantasma di Pasolini. Anche Dacia Maraini, nella postfazione al libro del '95, parlava del fantasma che visita Pelosi. Poi riprendiamo l'idea del film, che è una rivisitazione delle borgate oggi, dei luoghi di Pasolini a più di trent'anni dalla sua morte. Guidati dal suo fantasma, di cui Pelosi è il portatore, è il medium». Roberta Torre è alle ultime settimane di riprese per il suo Il sogno del poeta, prodotto da Rosettafilm e Accademia perduta, e firmato insieme con Gianluca Cacciagrano. La fotografia è di Roberto Cimatti, vi compare l'attore Claudio Casadio. Dopo molti anni a Palermo (sono nati lì i film che le hanno dato il successo: Tano da morire e Sud Side Stori) ora vive a Roma. Dove ha già girato un documentario sul Tiburtino III, Storie di vita e malavita. L'ombra di Pasolini e l'incontro con Pelosi hanno dato l'avvio a questo nuovo film. Per cui la Torre si è preparata, non solo leggendo pagine e pagine di e su Pasolini e il romanzo-saggio di Walter Siti sulle borgate Contagio, ma anche studiando i film recenti dedicati alla morte del poeta ( Pasolini un delitto italiano di Marco Tullio Giordana e Nerolio di Aurelio Grimaldi) nonché il monologo teatrale di Fabrizio Gifuni e Giuseppe Bertolucci, 'Na specie de cadavere lunghissimo.

L'ANELLO DI PINO - Roberta Torre e il suo operatore sono andati al Museo Criminologico di via del Gonfalone, a Roma, a filmare il contenuto delle scatole, una su Pasolini l'altra su Pelosi, con i reperti del luogo del delitto. E ha fatto vedere a Pelosi quelle immagini. «Abbiamo scelto di uscire fuori dalle solite domande sulla falsariga giudiziaria, non volevamo rifargli dire le storie dei tre assassini, della sua innocenza ecc. Sui fatti è quasi impossibile ormai distinguere le bugie dalla verità. A volte lui la vendeva pure la sua verità, a certi giornalisti diceva: se ti dico una cosa in più, quanto mi dai? A noi interessava quello che c'era intorno, le questioni emotive, quello che in lui evocano gli oggetti, le immagini di quella notte». Così ecco le scarpe di Pelosi «alla Elton John» (comprate «da Ramirez, il negozio esiste ancora»), l'anello con una pietra rossa e la scritta United States Army («venticinquemila lire, era oro basso, oro americano»: Pino li comprava da uno steward dell'Alitalia e li rivendeva a cinquanta). Scarpe e anello Pelosi li rivorrebbe, perché non glieli rendono? Rivede gli occhiali di Pasolini: «Assomigliano a quelli del cantante… quello napoletano che canta ancora… De Crescenzo… Sono comunque occhiali classici di quegli anni… ancora stanno in auge». A 50 anni Pelosi, dice la Torre, appartiene al passato. È un dinosauro. Perché le borgate sono cambiate? «Sì e no. Il Tiburtino per esempio è ancora molto simile a com'era. Oggi c'è molta più droga. La modernità — i consumi estremi, la tv di Costantino e dei tronisti — ha accelerato i tempi. Le donne non si prostituiscono più, sono le extracomunitarie e fare il mestiere. Anche i ragazzi che si vendono sono spesso romeni. Ma certi riti rimangono: i soprannomi, la smania di raccontare tutto». In un misto di consapevolezza e di disperata, inconsapevole vitalità. È per questo che Pelosi racconta che un amico di borgata, il Barbiere, gli ha detto: «Vedi che sto Pasolini ha fatto la tua fortuna». «Sapessi che fortuna», risponde lui. «Embè, senza di lui che saresti? Un disgraziato ». «E ora che cosa sono? Un disgraziato. Che cosa sarei io senza di lui? Ho perso la mia vita ma almeno resterò nella storia».

Ranieri Polese - corriere.it

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